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Il Sole 24 Ore
Europa24 - Le storie da sapere per cominciare la giornata

di Alberto Magnani

26 gennaio 2020

SCONTRO USA-UE

Davos, la tregua armata su dazi e Web tax

Von der Leyen e Donald Trump (Epa)

Von der Leyen e Donald Trump (Epa)

Le temperature polari di Davos, sede annuale del summit del World economic forum, hanno raffreddato le tensioni tra gli Stati Uniti e la Ue. Per modo di dire, visto che il bilancio dell’evento è segnato da una altalena continua di strappi, dichiarazioni e accordi (più o meno) di pace.

Da un lato sono volate minacce sull’imposizione di nuovi dazi contro un segmento già in bilico nell’Eurozona, l’auto. Dall’altro Washington è partita all’attacco della cosiddetta Web tax, salvo placarsi dopo un colloqui con il ministro francese Le Maire. Ma andiamo con ordine.

Capitolo uno: l’accordo (?) commerciale Usa-Ue
Il primo fronte caldo è quello che si è aperto a margine del vis-à-vis tra Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il colloquio tra i due doveva servire a discutere i rapporti commerciali sull’asse tra Washington e Bruxelles, mai turbolento come dall’arrivo di «The Donald» alla Casa Bianca.

Il presidente degli Usa vuole un accordo in tempi rapidi, e ha deciso di accelerare le pratiche con uno dei suoi espedienti preferiti: minacciare dazi, in questo caso agitando il vecchio spettro di tasse del 25% sull’auto europea. Von der Leyen ha incassato il colpo, dichiarando che un’intesa con gli Usa dovrebbe essere alla portata «in poche settimane». La previsione è sembrata a molti ottimista, per usare un eufemismo.

Capitolo due: mai dire web tax
Il secondo fronte scomodo è quello della web tax , il sistema di tassazione internazionale per obbligare i colossi tech come Google o Facebook a pagare le imposte dove realizzano i propri ricavi (siete confusi? Qui è spiegato tutti). Gli Usa hanno reagito a suon di intimidazioni, paventando rappresaglie contro i tre paesi più avanzati nella tassazione dei gruppi digitali: Francia, Italia e Regno Unito.

La più esposta dei tre era la Francia, minacciata con dazi per un valore di 2,4 miliardi di euro di beni. Il ministro Bruno Le Maire è corso ai ripari nel suo vertice con il segretario Usa Steven Mnuchin, strappando un accordo per lavorare a un «quadro condiviso».

Round 1: Francia contro Usa. Il faccia a faccia tra Le Maire e Mnuchin ha rasserenato il clima, anche se la bilancia dell’incontro pende a favore degli Usa. La Francia ha accettato di congelare la tassazione sul web, rinviando allo sviluppo di un framework Ocse condiviso da tutti i membri del club dei paesi avanzati. Gli Usa si sono limitati a ridimensionare le proprie intimidazioni commerciali, ma nulla esclude che sfoderino la stessa arma alla prima indecisione.

Round 2: la Ue contro gli Usa, la Ue contro la Ue. Il disgelo tra Francia e Usa non risolve, però, la tensione latente sullo stesso tema tra gli stessi Usa e l’intera Unione europea. Bruxelles aveva già lavorato a un progetto legislativo autonomo per tassare i colossi del web, salvo incappare nell’ostilità del blocco scandinavo e dell’Irlanda. Ora il disegno Ue è confluito in un progetto globale dell’Ocse, in teoria in dirittura d’arrivo entro il 2020.

Nel dubbio, però, c’è chi mette le mani avanti. Mentre Parigi trattava con Washington, il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha messo in chiaro che Bruxelles lavorerà «a un suo progetto di web tax» nel caso l’Ocse ritardi troppo nell’approvazione di un testo condiviso.

La sua approvazione richiederebbe prima un consenso interno agli stati membri, scatenando le tensioni di rito fra i paesi, poi un inevitabile faccia a faccia con gli Usa di Donald Trump. In entrambi i casi, potrebbero essere dolori.

I FATTI DELLA SETTIMANA

Storie da Bruxelles, e non solo

1) L’Europa è il primo finanziatore del debito Usa

Se si parla delle frizioni Usa-Ue, va detto che Bruxelles ha dalla sua un’arma negoziale tutt’altro che irrilevante: l’Europa è il più grande finanziatore al mondo del debito americano, con un peso che supera addirittura quello della Cina.

Nella sua analisi per Il Sole 24 Ore, Morya Longo spiega che «l'Europa è la “banca” del Governo Usa [...]. Gli investitori di tutti i Paesi dell'area euro - secondo i dati del dipartimento del Tesoro Usa - detengono infatti 1.121,5 miliardi di dollari di Treasury americani, più dei 1.089 detenuti dalla Cina che - tradizionalmente - è il principale creditore degli Usa insieme al Giappone».

2) Libia, l’accordo fragile di Berlino

Angela Merkel (Reuters)

Angela Merkel (Reuters)

Un’altra tregua è stata siglata lo scorso lunedì a Berlino, in occasione del vertice sulla questione libica convocato da Angela Merkel per cercare un compromesso diplomatico fra il governo istituzionale di Sarraj e l’esercito ribelle di Haftar. L’incontro è sfociato nell’impegno, formalizzato da un documento di nove pagine, di preservare il cessate il fuoco e lavorare a una soluzione diplomatica condivisa.

La firma sull’accordo è stato salutato come un successo della Ue, un po’ troppo defilata nelle trattative che hanno visto emergere il peso maggiore di Russia e Turchia sullo scacchiere nordafricano. Da qui a parlare di un successo, non solo per la Ue, il passo è lungo.

Il cessate il fuoco rischia di essere interrotto improvvisamente dalle ostilità fra Sarraj e Haftar, mentre le tensioni si sono propagate nel resto del Medio-Oriente. La Ue deve ancora capire che ruolo giocare nella veste «geopolitica» che la presidente Von der Leyen vorrebbe cucirle addosso per la legislatura 2019-2024.

3) Lagarde, la Bce è sempre più politica

Christine Lagarde (Afp)

Christine Lagarde (Afp)

Pochi cenni all’inflazione, poca analisi economica, parecchio climate change. La conferenza stampa del nuovo numero uno della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha fatto trasparire in maniera anche più netta un nuovo orientamento dell’istituto di Francoforte: uno sguardo meno tecnico e più orientato alle urgenze che minacciano la stabilità internazionale, a partire proprio dal riscaldamento climatico.

Lagarde aveva già messo in chiaro nel suo discorso di insediamento che la Bce avrebbe alzato il livello di guardia sulla questione climatica, ma ora l’argomento sembra aver scavalcato “addirittura” la revisione della politica monetaria.

Da cosa dipende un cambio di orizzonte così radicale? Secondo Riccardo Sorrentino, Lagarde ha intuito «i rischi che il riscaldamento globale può portare alla stabilità finanziaria. La Banca dei regolamenti internazionali e la Banque de France hanno recentemente pubblicato un libro, The Green Swan, «Il cigno verde», dal quale emerge la possibilità di rischi alla stabilità dei prezzi e alla stabilità finanziaria». 

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Illustrazione di Federico Bergonzini/Il Sole 24 Ore

Illustrazione di Federico Bergonzini/Il Sole 24 Ore

1) La svolta verde dell’Europa sta rilanciando il treno
2) Dal cessate il fuoco alle elezioni, cosa prevede l’accordo di Berlino
3) Come la Ue vuole modificare le regole anti-trust
4) Green deal europeo, da dove arriveranno i 1000 miliardi

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