FGF weekend \ La nostra città futura
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NEL NOME DELLA SICUREZZA

Dopo le manifestazioni di piazza e i dissensi politici (New York Times), il governo francese si è detto disponibile a modificare la legge sulla “sicurezza globale” approvata in prima lettura alla Camera, in particolare per quanto riguarda il contestato articolo 24, che punisce fino a un anno di carcere e 45mila euro di multa chi diffonde immagini o filmati di poliziotti in azione con lo scopo manifesto di danneggiarne l’integrità fisica o psichica (Le Monde).



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L’articolo contenuto nel testo è stato visto come un freno alla libertà di stampa e di espressione (France 24). E le critiche sono arrivate anche dall’agenzia Onu per i diritti umani (Euronews). A destare preoccupazione sono anche altri articoli che prevedono l’aumento della videosorveglianza e la legalizzazione del ricorso ai droni per controllare l’ordine pubblico (Politico.eu). Il testo della legge, depositato da deputati di En Marche e sostenuto dal governo di Emmanuel Macron, nel suo complesso punta a rafforzare la sicurezza interna coordinando il lavoro di polizia, gendarmeria e polizia municipale (Valigia Blu) in una Francia colpita di nuovo dai recenti atti di terrorismo.


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Ma il testo, ha dichiarato il garante dei diritti umani francese Calire Hedon, comporta “rischi significativi di indebolimento dei diritti umani fondamentali” (Ap). E, come fa notare Open Democracy, il provvedimento – nel nome della sicurezza – crea un sistema di sorveglianza generalizzata, finendo invece per alimentare quel rapporto sempre più teso tra la popolazione e la polizia francese, usata in questi anni come strumento principe per la repressione del malcontento sociale, dai “Gilet gialli” in poi. Tensioni ben rappresentate su Le Soir dalla vignetta del belga Kroll.





 
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Equilibri precari

Ma qual è il giusto equilibrio tra il rispetto dei diritti e la sicurezza dei cittadini? È uno dei quesiti principali della filosofia politica, di cui si dibatte molto soprattutto da quando è esplosa la pandemia. Davanti all’emergenza sanitaria, le libertà civili sono state compromesse e alcuni diritti sono stati fatti recedere con l’obiettivo della tutela della salute individuale e collettiva (Ius in itinere).

In Italia, il dibattito si è concentrato molto sulla piattaforma di tracciamento dei contatti all’interno della cornice “sicurezza contro diritti”, che includono quelli alla libertà e alla privacy. Le democrazie liberali, in quanto tali, devono garantire lo stato di diritto, scrive Ispi. E l’equilibrio tra sicurezza e diritti è un esercizio continuo e non sempre facile, che si deve adattare agli eventi e agli sviluppi della società contemporanea.

Molti studi, in questo periodo, hanno segnalato ad esempio il rischio di derive autoritarie attraverso l’uso di app e tecnologie introdotte per il contenimento del virus (Agenda Digitale). E Freedom House ha mostrato in un report come almeno in 20 Paesi del mondo la pandemia è stata pretesto per introdurre nuove e radicali restrizioni nella repressione del dissenso. Non solo: negli ultimi giorni, a finire nell’occhio del ciclone sono state anche le istituzioni europee, dopo che il sito austriaco Orf.at ha diffuso le bozze di una risoluzione in cui il Consiglio Ue propone di aggirare il sistema crittografico che protegge i dati sui dispositivi elettronici per combattere la pedopornografia e rafforzare gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine (Linkiesta).


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La richiesta di protezione

In un momento di profonda incertezza, sono i cittadini a chiedere maggiore sicurezza. L’ultima ricerca pubblicata dall’Ipsos su democrazia e corpi intermedi conferma proprio la fragilità del nostro sistema istituzionale alle prese con la pandemia. Il 56,2% si dice “deluso dalla democrazia” e due intervistati su tre dichiarano di essere favorevoli a cercare “un modo migliore per governare l’Italia oggi”. Rafforzando tendenze già in atto prima del Covid, la sfiducia verso le istituzioni aumenta fino a diventare largamente maggioritaria col crescere del livello di insicurezza personale.

In questo quadro, diventano attraenti risposte più o meno semplicistiche, a partire dalla democrazia diretta, a cui guarda con favore oltre il 78% (Vita). Sono le istituzioni della mediazione, quelle su cui si basano le nostre democrazie, che incontrano sempre minor favore. Col rischio di una politica sempre più lontana dalla realtà di molti elettori, che si troveranno ad affrontare problemi estremamente concreti e urgenti.

È dunque questo il dilemma politico che il governo dovrà tentare di risolvere: come intraprendere la via delle riforme future, quando una quota molto grande della popolazione italiana chiede solo di essere protetta? (Corriere). Il timore, hanno scritto Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani sul Sole 24 Ore, è quello di uscire dal virus con una “democrazia moribonda”, ovvero con cittadini abituati, ma soprattutto disponibili, a cedere libertà e riservatezza per salvaguardare un bisogno di sicurezza che rischia di protrarsi anche quando il pericolo sarà passato. D’altra parte – continuano – già alla vigilia della pandemia, c’era chi invocava “pieni poteri” e la fine della democrazia rappresentativa.


QUALE SICUREZZA

 

Il termine sicurezza – ricorda Mauro Magatti nel libro “Atlante delle città. Nove (ri)tratti urbani per un viaggio planetario” – viene da “sine cura, senza preoccupazione”. Ma ci sono due modi per alleggerire questa preoccupazione: delegare ad altri il compito di controllare, oppure “prendersi cura” – dei bambini, degli anziani, dei migranti, dei più fragili – consapevoli che l’ossessione per la sicurezza tradisce un rifiuto della vita, dal momento che il “rischio zero” non esiste: una città a rischio zero è una città morta (Fondazione Feltrinelli).



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La domanda di sicurezza sociale non coincide con il rispetto dell’ordine pubblico, come vorrebbe la narrazione securitaria, ma si esprime nella richiesta di relazioni di prossimità e di cooperazione sociale (Studi Questione Criminale). È quello che è successo in molte città dall’inizio della pandemia. Mentre c’era chi invocava la sicurezza additando i migranti come portatori del virus e trincerandosi dentro nuovi confini sempre più piccoli, nazionali, regionali, domestici (Open Migration), dallo scoppio del Covid-19 in poi nel mondo sono nati oltre 400mila gruppi di mutuo aiuto per la cura dei più fragili o dei vicini di casa in difficoltà (Open Democracy).



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Gruppi che hanno continuato e continuano il loro operato di cura dell’altro (Messaggero) ora che l’insicurezza sanitaria si sta trasformando soprattutto in insicurezza economica e apprensione per il futuro, secondo quel che emerge nel XII Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza.





 

Reti sicure

 

Se è vero che il virus ha costretto le persone a rigide misure di distanziamento sociale, è altrettanto vero che il capitale sociale e umano sono divenuti motori di innovazione verso nuove forme di socialità e solidarietà dal basso, portando i cittadini a voler essere attori protagonisti della ripresa delle zone in cui vivono (Pandora Rivista). I luoghi e le reti territoriali sono tornati centrali, anche nelle istanze avanzate dai cittadini rispetto alla gestione sanitaria.

 

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Nella Calabria commissariata, anche dopo la pubblicazione da parte del collettivo femminista Fem.in (Dinamo Press) del video del neo-commissario alla Sanità Giuseppe Zuccatelli nel quale negava l’utilità delle mascherine, i cittadini sono scesi in strada chiedendo una migliore sanità e la riapertura delle strutture chiuse nel corso degli anni. “La sanità pubblica qui è evanescente”, ha detto Gino Strada, chiamato con Emergency dal governo per collaborare nella regione alle gestione della pandemia (Fatto Quotidiano). Ma contro il Covid l’ospedale non basta: serve la sanità territoriale, scrivono dal Quotidiano Sanità, proponendo la costituzione di 550 distretti per garantire le cure a domicilio anche a disabili e anziani non autosufficienti.



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Il Servizio sanitario nazionale è stato l’argine che si è frapposto tra i cittadini e la pandemia, ma in questi mesi ne sono emerse anche le debolezze (Fondazione Feltrinelli), con la necessità di far fronte in modo capillare ai bisogni sociali in un Paese attraversato da profonde disparità (Vita). Il rilancio dei servizi socio-sanitari territoriali, l’accesso ai luoghi di cura, una nozione di benessere più ampia della sola salute fisica sono le parole d’ordine di una medicina che ora riscopre il suo rapporto con le comunità.





 

 

T’IMMAGINI SE

Tra i dispositivi tecnologici utilizzati per l'identificazione degli individui, quelli biometrici misurano le dimensioni e la conformazione di alcune parti del corpo, come la geometria dei volti e delle mani, le impronte digitali, il colore dell'iride e il tono di voce, per una identificazione affidabile delle persone.

L'artista e ricercatore Adam Harvey approfondisce con i suoi lavori il tema della sorveglianza e le sue implicazioni etiche. In MegaPixels interroga le catene di fornitori di informazioni basate sul riconoscimento facciale e sul sito dedicato, pubblica report, statistiche e strumenti per fare capire come la raccolta di dati biometrici, stia potenziando l'industria globale del riconoscimento facciale.

Surveillance Kawaii dell'artista Noura Tafeche è un'opera che apre la visione allo smascheramento di messaggi nascosti a un primo sguardo. Attraverso un disegno allegorico e l'inserimento di un QR - code impresso sul tessuto, si può leggere "il valore della cultura Kawaii intesa come metafora di vulnerabilità e la sensazione di fragilità su cui prospera l'industria della sorveglianza". Sulle estetiche di controsorveglianza l'artista ha realizzato due poster che possono essere stampati e divulgati senza diritto di riproduzione.




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Noura Tafeche, Surveillance Kawaii 2017 - in corso


 

 

CONSIGLI DI LETTURA

 

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Atlante delle città. Nove (ri)tratti urbani per un viaggio planetario \
A cura di Paola Piscitelli

Johannesburg, Ulan-Bator, San Paolo, Bucarest, Giaffa, Napoli, Mumbai, Caracas, fino al Mediterraneo, mare divenuto simbolo delle nuove frontiere che respingono e privano dello status di cittadinanza. Nove cartoline dal mondo per mettere in luce i tanti modi di essere e fare città all’epoca dell’urbanizzazione planetaria. Città negate, frammentate, diseguali. Ma anche città che resistono, comunità che inventano nuove forme dell’abitare, quartieri che riscoprono lo spazio comune come bene relazionale. Se le città sono lo specchio delle iniquità del capitalismo contemporaneo, osservarle da vicino permette di cogliere i semi di un cambiamento possibile.

 



CREDITS


La Newsletter “Protezione fatale” di questa settimana è stata curata da:
Gabriele Solazzi
La rubrica T'immagini se è a cura di:
Manuela Barone
Supervisione editoriale:
Caterina Croce
Supervisione tecnica:
Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico:
Good Morning Italia





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