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Le ragioni della scienza e della politica 

La scienza sta tornando alla Casa Bianca, dopo aver scontato una condanna a quattro anni come prigioniera politica”, ha scritto Derrick Z. Jackson sulla pagina della Union of Concerned Scientists dopo la vittoria di Joe Biden negli Usa. La scienza è stata proprio uno dei punti chiave dei primi discorsi del presidente eletto e della vicepresidente Kamala Harris. “Gli americani ci hanno invitato a [...] schierare le forze della scienza nelle grandi battaglie del nostro tempo”, ha detto Biden, nominando come primo atto una task force di scienziati anti-Covid (Associated Press) e assicurando che la sua strategia per combattere la pandemia “sarà costruita su basi scientifiche” (The Conversation). “Avete scelto la speranza, l’unità, la decenza, la scienza e, sì, la verità”, ha ripetuto anche Harris (Independent).


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© 2020 Francesco Saraceno e Floriana Cerniglia


Bidendeve far tornare velocemente la scienza al governo”, è stato l’appello di Nature. E in una lettera aperta, Ben Santer, membro della US National Academy of Sciences, ha chiesto a Biden di impegnarsi a ricostruire la “fiducia pubblica” nella imparzialità delle agenzie scientifiche come l’Epa (Environmental Pollution Agency) e la Doe (Department of Energy), dopo che Trump negli ultimi anni ha liquidato il cambiamento climatico come una bufala e una cospirazione cinese (Scientific American). Uno dei primi punti del lavoro di Biden, allora, sarà proprio quello di ricostruire il rapporto tra la Casa Bianca e la comunità scientifica, che per la prima volta dal dopoguerra ha subito, con Trump, una frattura profonda (Salon).




 
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Il processo scientifico

Dall’esplosione della pandemia sembrano intensificarsi due tendenze opposte. Se da un lato, in relazione al Covid, si è diffuso un pensiero negazionista, connesso a false credenze e fake news (Repubblica) e 1 italiano su 6 – secondo un sondaggio Ipsos – rifiuterà di farsi vaccinare (Corriere), dall’altro, nel complesso, è cresciuta una fiducia condivisa nel sapere scientifico di virologi ed epidemiologi.

Secondo lo State of Science Index, le persone non hanno mai fatto affidamento nella scienza come in questo periodo (Forbes). Una fiducia che però spesso si incrina davanti alle opinioni contrastanti degli scienziati sul virus. Ma è un processo normale, spiega il filosofo Umberto Galimberti: “La scienza non dice la verità, dice cose esatte. Essere ‘esatti’ è un obiettivo che si raggiunge secondo una logica processuale, sperimentale. La scienza procede per prove e per errori. Proprio per questo non dobbiamo meravigliarci della diversità delle opinioni scientifiche” (Corriere).

Lo dichiara anche Salvatore Veca, che invita a non “santificare” la scienza, facendo decadere ogni pensiero critico e riflessivo. Nella comunità scientifica è naturale il confronto tra ipotesi e congetture alternative, che non deve intaccare la fiducia scientifica, dice. Così come è naturale assistere a discussioni e tensioni tra scienziati e decisori politici, tra finalità sanitarie e finalità economiche che spesso sembrano entrare in rotta di collisione. “Il discorso esperto”, sostiene Veca, “verte sui mezzi per la soluzione di un problema dato”. La responsabilità politica, invece, “riguarda i fini di una qualche comunità, considerati nella loro complessità”.

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Le decisioni politiche

Se il rapporto tra Donald Trump e l’immunologo Anthony Fauci si è incrinato ancora prima che si diffondesse il coronavirus (Cnn), in Italia nel corso della pandemia il governo si è affidato a un Comitato tecnico scientifico, non senza momenti di scontri e contrasti (Riformista).

Oggetto di polemica anche la scelta di basarsi sui 21 parametri scientifici per fugare ogni dubbio sulle decisioni riguardanti le chiusure locali, un metodo che ora viene contestato da amministratori e governatori (Repubblica). Con i presidenti di Regione che chiedono il ritorno delle decisioni politiche, mettendo fine agli automatismi degli algoritmi (Huffington Post).

E se gli scienziati hanno chiesto a più riprese ai politici di avere il coraggio di giocare d’anticipo col virus, prendendo decisioni giuste al momento giusto (Messaggero), Angela Merkel – nel discorso in cui ha annunciato il nuovo lockdown per la Germania – ha ammesso:

Avremmo dovuto agire prima, ma per i cittadini non sarebbe stato facile accettarlo. E la politica ha bisogno anche del sostegno dei cittadini” (La Stampa).


Di fronte a una situazione di emergenza, il problema più grande per qualsiasi governo è combinare le evidenze scientifiche con le rilevanze sociali, argomenta Ivan Cavicchi, docente a Tor Vergata (Fatto Quotidiano). Nelle società libere, scienza e politica sono libere, scrive Gustavo Zagrebelsky. “Libere, ciascuna nel suo ambito, ma ciò non significa che non si incontrino. L’espansione dell’una implica la riduzione dell’altra”. Ma le decisioni “appartengono non alla scienza ma alla politica”, (Repubblica). La politica, chiariscono dall’Università di Pavia Margherita Bordignon e Guido Legnante, ha il ruolo di mediatore tra i diversi campi della conoscenza e della società, per trovare sempre nuovi punti di consenso. Ecco perché l’urgenza di favorire soluzioni e proposte politiche di sintesi si fa ora ancora più pressante, nella fase della ricostruzione.

La ricostruzione collettiva


Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini su Lavoce.info propongono “un’alleanza tra economisti ed epidemiologi”, con la condivisione di dati e una ricerca multidisciplinare per affrontare le scelte imposte dal Covid-19. La straordinarietà dell’emergenza – spiegano – richiede di affrontare sfide che riguardano la relazione tra ricerca e politiche concrete. Considerando, come ha scritto Stefano Lepri sulla Stampa, che oltre ai ristori per tamponare la crisi, abbiamo “l’obbligo di pensare al futuro”: attraverso piani dettagliati, fissando scadenze e uscendo “dall’ansia di misurare il consenso giorno per giorno”.


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Dandoci una prospettiva il cui traguardo più lontano non può essere il Natale, commenta Venanzio Postiglione (Corriere). La legge di bilancio 2021, appena approvata dal governo, sembra però già “nata vecchia”, all’inseguimento dell’emergenza e senza idee sul Recovery Fund, ha scritto l’Huffington Post. Una manovra che preoccupa la Commissione europea per le misure economiche che rischiano di pesare nel tempo sul debito (Il Sole 24 Ore). L’esecutivo, intanto, ha messo già in conto la necessità di un altro scostamento di bilancio (Agi). E i sindacati sono sul piede di guerra, lamentando anche l’assenza di una consultazione preventiva (Collettiva).


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Quale modello

All’interno della stessa maggioranza di governo, ora, il Recovery Fund e le risorse in arrivo dall’Ue sono diventati anche terreno di scontro di due tendenze: rigoristi da una parte e oppositori dell’austerity dall’altra (Huffington Post).

Marco Buti, capo di gabinetto del commissario Gentiloni, ha scritto un paper accademico in cui esprime preoccupazione per le capacità dell’Italia di elaborare il Recovery Plan, sollecitando la costituzione di una «cabina politica di regia» con poteri decisionali e struttura tecnica adeguata – proposta che il governo ha subito accolto in un articolo della legge di bilancio (Corriere). Ma la sollecitazione è arrivata anche dal lato opposto, quella dell’impostazione anti-rigorista, espressa dal presidente dell’Eurparlamento David Sassoli, che su Repubblica ha chiesto la cancellazione dei debiti accumulati dai governi per contrastare il Covid, Eurobond permanenti e un nuovo Mes riformato gestito dalle istituzioni europee. Posizione che ha ricevuto subito il plauso dei Cinque Stelle e della sinistra, lasciando scettico il Tesoro.

Il viceministro Misiani frena: “Sono proposte coraggiose. Ma dal punto di vista della fattibilità politica bisognerà vincere molte resistenze. Le risorse per la sanità ci servono subito” (Repubblica). La questione ha riaperto lo scontro sulla linea di credito del Mes nella maggioranza e il timore è che un dibattito a trazione italiana sulla cancellazione del debito aumenti i problemi nella chiusura delle trattative sul Next Generation Eu. Nicola Zingaretti frena Sassoli e Di Maio: «Non è il tempo di proposte rispettabili ma estemporanee sulla cancellazione del debito. Io ascolto le opinioni di tutti, ma se ricominciamo a chi la spara più grossa, la vedo dura» (Linkiesta).

 

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La buona politica

In un momento di incertezza e divisioni, tornerebbe utile la lezione di Luciano Barca, giornalista, politico ed economista del quale ricorre oggi il centenario della nascita. La necessità di una politica economica di intervento e regolazione, tramite il confronto con idee e prospettive differenti, emerge da numerosi documenti conservati nel suo fondo personaleora completamente digitalizzato, custodito da Fondazione Feltrinelli.

Una buona programmazione economica nazionale, nella visione di Barca, conduce a un miglioramento delle condizioni complessive della società e degli interessi in campo, compresi quelli dei lavoratori, come si legge nello scritto “Lotta salariale e programmazione”. Luciano Barca, come ricorda Antonio Carioti (Corriere), all'epoca ragionava sulla necessità di difendere le “conquiste operaie” ottenute nel 1969 con le agitazioni dell'“autunno caldo”, costruendo nel contempo una proposta capace di coinvolgere le più larghe forze interessate ad una ripresa produttiva qualificata.

Una vicenda professionale e di impegno, quella di Barca, emblematica di una stagione politica nella quale le intelligenze si ponevano al servizio del progresso sociale, come suggeriscono le parole che Barca dedicò a Pasquale Saraceno, capostipite della politica di piano in Italia. La sfida, scrive Giacomo Bottos, è ancora oggi quella di trovare una strategia che articoli contingenza e prospettiva. Che, agendo nell’emergenza, sappia aprire lo spazio per un futuro differente, pur sapendo che non esiste un’unica leva per innescare il cambiamento. Questo può scaturire solo da un agire congiunto in cui diventa strategico il ruolo di un’intellettualità diffusa che restituisca profondità alla visione e all’azione (Etica Economica).



 

T'IMMAGINI SE

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 In viaggio per la stella polare! Apparsa su "La Guepe", il 22 settembre 1872
Caricatura tratta dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli



David Livingstone (1813 - 1873) esploratore, medico e missionario di età vittoriana, fu uno dei primi europei a compiere un viaggio intercontinentale e a entrare in Africa centrale. Fu con una delle sue esplorazioni lungo il fiume Zambesi che scoprì e battezzò le cascate Vittoria, rendendo così omaggio alla Regina d'Inghilterra. Il Dottor Livingstone morì nel 1873 di malaria. Nel gennaio del 2020 è stata data notizia della prima sperimentazione di vaccino pilota nel sud del Malawi, in Kenya e Ghana. La malaria miete ogni anno circa 400.000 morti di cui il 70% ha meno di cinque anni.




 

SUI CANALI DELLA FONDAZIONE


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Tempi Moderni 2030 \ Taranto, Oltre l’Altoforno

3 dicembre 2020 - ore 17.30

In streaming sulla pagina Facebook, sul canale YouTube e in homepage del sito di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli


Dopo le tappe di Genova e Napoli, si chiude a Taranto Tempi Moderni 2030, ciclo di incontri promosso da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli con Fondazione Leonardo per immaginare nuovi percorsi di sviluppo in territori che più di altri sperimentano la scomparsa dell’Italia industriale. Per oltre trenta anni le acciaierie di Taranto hanno trainato lo sviluppo del Sud: oggi la città non vive la deindustrializzazione come fenomeno ineluttabile, quanto come scelta da intraprendere per avviare la transizione verso un modello produttivo più sostenibile e una necessaria rigenerazione ambientale e urbana.



 



CREDITS


La Newsletter “Scenze (e) Politiche” di questa settimana è stata curata da:
Luigi Vergallo e Vittore Armanni
La rubrica T'immagini se è a cura di:
Manuela Barone
Supervisione editoriale:
Caterina Croce
Supervisione tecnica:
Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico:
Good Morning Italia



 



FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341

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