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Un nuovo ordine pubblico

A meno di una settimana dalle elezioni USA, i ceo di Facebook, Google e Twitter hanno testimoniato davanti al Senato americano in merito alle pratiche di moderazione dei contenuti, difendendo la norma che solleva i social media da ogni responsabilità per quello che viene pubblicato (Washington Post). Una norma presa di mira da Donald Trump in un ordine esecutivo di maggio, all’indomani di un suo tweet segnalato come “fuorviante”, con l’obiettivo di ridurre il potere delle piattaforme (Post). Durante l’audizione, i Repubblicani hanno accusato i social di “censura selettiva”, dopo le recenti cancellazioni stabilite da Twitter e Facebook nei confronti di alcuni post del presidente americano (New York Times).

 

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Ma “stanno facendo le scelte giuste nella rimozione dei contenuti?”, si è chiesto l’Economist. “Forse preferiremmo non vedere le esternazioni di Trump sui social. Ma pensate per un attimo se fosse il contrario: se per esempio Facebook decidesse che la parola di Trump è verità e nascondesse le opinioni contrarie”, dice Alexandra Geese, deputata dei Verdi tedeschi e relatrice ombra del Digital Service Act, il pacchetto di misure a cui l’Europa sta valutando per arginare lo strapotere delle grandi aziende tecnologiche sulle vite dei cittadini (Linkiesta).


 

Intanto le big tech si sono già mosse. E la European Digital Media Association, che rappresenta i Gafam – Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft – nel Vecchio Continente, in un documento rivolto alla Commissione europea ha chiesto una tutela giuridica per le piattaforme sul modello di quella americana (Corcom). Negli ultimi anni – come ricorda LobbyFacts.Eu le “Big Four” hanno aumentato le loro spese per lobbying nell’Unione europea da 2,8 milioni di euro nel 2013 a 15,25 milioni di euro nel 2018: un incremento del 444%.





 
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Tweet power

Twitter e Facebook spaventano i politici negli Usa perché le coscienze – o almeno certe coscienze – possono essere manipolate molto più facilmente da un tweet che da un articolo di giornale raffinatamente disinformativo, scrive Andrea Monti (Formiche).

Le Big Tech, spiega Monti, “hanno un potere molto concreto di alterazione dell’esercizio dei diritti politici e non solo della libertà di espressione o di pensiero perché sono in grado di ottenere risultati sostanzialmente immediati, pur non essendo testate giornalistiche”. Da semplici “fornitori di servizio”, non producono contenuti e non ne favoriscono la circolazione perché tutto è lasciato nella discrezionalità dell’utente.

Almeno così ripetono da sempre, ogni volta che qualche tribunale o qualche istituzione cerca di attribuire loro delle responsabilità per quanto circola grazie alle loro piattaforme. Ma fatti come quello del blocco dell’articolo del New York Post sul figlio di Joe Biden, tuttavia, dimostrano che i giganti della tecnologia sono parte attiva delle competizioni elettorali. E quello che spaventa i politici è la perdita di controllo sull’opinione pubblica causata da soggetti che gestiscono piattaforme con l’unica finalità – seppur legittima – di produrre utili.

Questo è un elemento centrale di quello che viene chiamato “ordine pubblico tecnologico”, che vede le multinazionali dell’information technology non più come “semplici” fornitori di hardware e software, ma come soggetti che esercitano dei poteri concreti di controllo sulla vita politica di un Paese.


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Democrazie alla prova

Per la prima volta, tecnologie come Big Data, intelligenza artificiale e social media giocano quindi un ruolo nella tenuta democratica, scrive Barbara Calderini (Agenda Digitale). E se il ritardo accumulato dai Paesi democratici nel normare la trasformazione digitale è evidente, nel frattempo le multinazionali tech hanno assunto un ruolo di arbitri – sulla base di una delega de facto – operando quel bilanciamento che investe i diritti fondamentali di miliardi di persone e interessi spesso di rilevanza pubblica.

L’organizzazione tedesca Democracy Reporting International ha monitorato ad esempio l’impatto dei social media durante le elezioni, mostrando come l’assenza di barriere fisiche ed economiche alla diffusione dei contenuti venga utilizzata da vari attori per minare l’integrità elettorale, diffondendo disinformazione e sopprimendo la libertà di parola. Nel volume “Fake news, post-verità e politica” , a cura di Corrado Fumagalli e Giulia Bistagnino, si affronta proprio il nesso tra la diffusione di verità alterate e la tenuta democratica.

Non a caso, John Naughton, professore alla Open University, in un articolo sul Guardian ha lanciato una provocazione. “Gli unici Stati che hanno la capacità di domare o controllare i giganti della tecnologia sono quelli autoritari”, dice. “Le democrazie liberali non sono più all’altezza del compito perché devono rimanere entro i limiti delle strutture legali neoliberiste che hanno assiduamente costruito per mezzo secolo. Le grandi multinazionali hanno le risorse per mandare avanti le cose per anni, mentre i governi e le loro élite sono sempre più intrappolati nella sindrome da deficit di attenzione provocata dai cicli elettorali quinquennali” .


Le regole che servono

Nel corso degli anni, la prima a essersi mossa nei confronti dei colossi della tecnologia è stata l’Europa, aprendo procedimenti antitrust e comminando multe record contro i giganti del tech. Il problema principale che si pone è quello della concentrazione di potere – accresciuto per giunta durante la pandemia (Rep) – che però non è solo un problema economico, ha scritto Michele Polo su Lavoce.info. La concentrazione nella raccolta e proprietà dei dati degli utenti coinvolge infatti gli equilibri politici e sociali delle moderne società, chiamando in causa anche la questione della proprietà civica dei big data, come spiega Francesca Bria.



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Eppure si potrebbe dire che questa consapevolezza, faccia talvolta difetto ai cittadini, se la preoccupazione per la privacy non è così pervasiva quando si tratta di installare qualsiasi app sullo smartphone, ma diventa oggetto di dibattito se a chiederlo è lo Stato, come è accaduto con l’applicazione anti-Covid Immuni (Agi), non scaricata da 4 italiani su 10, nel 35% dei casi per ragioni di tutela dei propri dati (Tiscali). E la stessa cosa è accaduta negli altri Paesi europei (Corriere).


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Ma la vicenda di Cambridge Analitica, le possibilità di manipolazione dell’elettorato, la pervasività delle fake news e i labili confini della protezione della privacy sono terreni in cui la concentrazione è un elemento sufficiente per far scattare molti campanelli d’allarme. Ora, dopo la pubblicazione degli esiti delle indagini dell’antitrust statunitense (Wired), anche la Commissione europea con il Digital Service Act ha deciso una stretta sulle regole da applicare alle big tech internazionali.


Secondo il Financial Times, le autorità europee stanno compilando una “lista nera” delle società a cui imporre norme più rigide, a partire dall’obbligo di una maggiore condivisione dei dati e di una maggiore trasparenza sulla raccolta delle informazioni, così da evitarne il controllo quasi esclusivo nelle mani di pochi. L’Ue, ha scritto Politico.eu, si sta preparando per il più grande sforzo mai fatto per regolamentare l’industria tecnologica.




 

Tanti profitti, poche tasse


La prima mossa, spiega Alec Ross, ex consigliere per l’innovazione di Barack Obama, dovrà essere la regolamentazione fiscale. “Se compro la mia cintura per 50 euro, 4 euro vanno a Google per la pubblicità”, spiega. “Il produttore della cintura, che fattura 600mila euro l’anno, paga il 41% di tasse, con l’Iva al 22%. Sapete invece quanto paga Google? Lo 0,7%”. Quello che serve, dice, “è far sì che queste piattaforme tecnologiche abbiamo lo stesso sistema di regole fiscali che ha il produttore della cintura”



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Grazie alla capacità di districarsi tra i Paesi a fiscalità agevolata, negli ultimi cinque anni i 25 maggiori gruppi del web – censiti in uno studio di Mediobanca – hanno evitato di pagare, complessivamente, 46 miliardi di tasse. Mancati introiti per i Paesi in cui operano questi colossi che in Borsa hanno invece surclassato tutti, soprattutto in concomitanza con la pandemia, crescendo a un ritmo dieci volte superiore a quello delle multinazionali manifatturiere.


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Basti pensare che le prime tre società per capitalizzazione – Microsoft, Amazon e Googlevalgono quanto il Pil della Germania (Messaggero). Per il momento, la Francia si è mossa da sola approvando una digital tax che sarà applicata retroattivamente da gennaio 2019, scatenando le ire di Trump (Politico). Mentre la Commissione Ue ha chiesto ai partner globali di continuare a impegnarsi per raggiungere un accordo sulla web tax nel quadro dell’Ocse entro la metà del 2021 (Bloomberg) e senza rinvii, altrimenti si agirà a livello europeo. Ma il negoziato, per il momento, è in stallo, tra le paure di ricadute economiche in un momento di crisi (Il Sole 24 Ore).




 

T’IMMAGINI SE

The Feeling of Being Watched di Assia Boundaoui, giornalista e regista cinematografica algerino-americana di base a Chicago, documenta la sorveglianza che l'FBI, per un decennio, ha portato avanti tra la comunità islamica americana nel quartiere appena fuori Chicago dove la regista è cresciuta. Scoprendo decine di migliaia di pagine di documenti dell'FBI il film intercetta sul piano personale e politico come si sente una comunità sotto la coltre del controllo governativo.



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Che cosa significa essere social, che impatto ha l'invasione dei social network, quanto controllo viene su di noi esercitato su scala globale? Naked on Pluto è un videogame divertente e inquietante al tempo stesso, che è stato sviluppato con Free/Libre Open Source Software. È l'ultimo progetto della scrittrice e software artist, Marloes de Valk con Aymeric Mansoux e Dave Griffiths.

 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

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Unboxing AI - Comprendere l'intelligenza artificiale
Una conferenza online di tre giorni
5-6-7 novembre alle ore 15.00

Tre giornate di riflessioni e confronti con l’obiettivo di aprire la “scatola nera” dell’intelligenza artificiale per far emergere il sommerso o il non detto della rivoluzione tecnologica in corso. In collaborazione con European Network on digital Labour, Nexa Center for Internet & Society, Independent Social Research Foundation. A cura di Antonio Casilli, Télécom Paris, Elinor Wahal, ENS Paris-Saclay, Paola Tubaro, Inria.



 



CREDITS


La Newsletter “Talking about a (digital) Revolution” di questa settimana è stata curata da:
Spartaco Puttini
La rubrica T'immagini se è a cura di:
Manuela Barone
Supervisione editoriale:
Caterina Croce
Supervisione tecnica:
Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico:
Good Morning Italia





FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
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