FGF weekend \ La nostra città futura
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La storia di tutti

Dagli Stati Uniti all’Italia, si torna a discutere del valore delle statue. Davanti alla sede del tribunale di New York da qualche giorno è stata collocata la scultura raffigurante Medusa che regge la testa mozzata di Perseo. Proprio dove è stato processato Harvey Weinstein, la cui condanna ha rappresentato una vittoria del #MeToo, il movimento che non a caso ha reinterpretato il mito di Medusa come il simbolo del “victim-blaming” (Wired). Ma la statua ha finito per dividere lo stesso movimento (Smithsonianmag). “Una donna carina e nuda che uccide un uomo dovrebbe davvero servire da simbolo per le donne sopravvissute agli abusi maschili?”, è la domanda che si sono poste in tante, compresa la fondatrice del #MeToo Tarana Burke. E poiché il movimento è stato fondato da una donna nera e spesso è stato accusato invece di emarginare le vittime non bianche, la statua ha finito per rafforzare l’idea che alle donne belle e potenti sia stata data maggiore attenzione (Washington Post).

 

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Anche a Milano una statua è tornata al centro dell’attenzione, dopo che gli attivisti di “Decolonize the City” hanno installato ai Giardini Indro Montanelli – dove si trova il bronzo del giornalista oggetto delle polemiche di qualche mese fa – una nuova scultura dedicata all’ex presidente del Burkina Faso Thomas Sankara (Left), con l’obiettivo di popolare la città di simboli dedicati alle minoranze.



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“Conoscere la storia di Sankara oggi non sarà soltanto una lezione di stile”, hanno spiegato gli attivisti, “ma rappresenterà soprattutto il desiderio di capire quello che è un passato recente, molto recente, per poter agire nel presente” (Open).




 
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Memorie divisive

In occasione della festività del Columbus Day, a Portland (Oregon) i manifestanti hanno demolito e imbrattato le statue degli ex presidenti Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln.

Gli organizzatori della protesta hanno soprannominato l’evento “Giornata della rabbia dei popoli indigeni”, in risposta alla festa che prende il nome dall’esploratore Cristoforo Colombo, figura che – secondo i sostenitori dei nativi americani – avrebbe aperto la strada a secoli di genocidio contro le popolazioni indigene (Guardian). Nello stesso giorno, Donald Trump, in piena campagna elettorale, ha promesso invece di difendere la memoria dell’esploratore italiano, entrato nel mirino del movimento nato sull’onda delle proteste contro il razzismo successive all’uccisione di George Floyd.

Durante il comizio elettorale del Michigan, si è scagliato contro “la sinistra radicale” e gli Antifa “amici di Biden”, accusati di voler rimuovere le statue di Colombo (Abc). “Non finché io sarò presidente”, ha detto Trump, promettendo di difendere tutti i simboli della storia americana. E ha attaccato lo sfidante democratico Joe Biden, con l’accusa di voler cambiare il nome del “Columbus Day” in “Indigenous Day”, “giorno dei Nativi americani” (Usa Today). Una proposta che sta cominciando a prendere piede negli Usa. Nel 2017, la contea di Los Angeles ha approvato la riformulazione della festività. E anche città come San Francisco, Seattle, Albuquerque e Denver hanno fatto lo stesso. Nel 2019, un sondaggio di College Pulse ha mostrato che il 79% degli studenti universitari è favorevole a far decadere il Columbus Day a favore della nuova festività che ricorda i nativi americani (Newsweek).


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La costruzione della memoria

“Tentativi di costruire una memoria collettiva ci sono stati in momenti critici della storia in tutti i Paesi”, spiega lo storico Alessandro Barbero. “In Italia è successo dopo il Risorgimento con i libri scolastici, i monumenti, i nomi delle vie, le feste nazionali, ma oggi non c’è più un accordo condiviso sul significato di questa memoria”.

Le memorie contrapposte producono spaccature. Ecco perché, dice, “si potrebbe costruire non una memoria condivisa, ma una storia comprensiva delle ragioni di tutti” (Bonculture). “Ma quale forma possono trovare le memorie contese nello spazio pubblico e nel tessuto urbano?”, si chiede Benedetta Tobagi. Un caso emblematico a Milano è la “guerra delle lapidi” in piazza Fontana: la memoria pubblica intorno alla morte di Giuseppe Pinelli resta ancora divisa al punto che persino la targa commemorativa posta nel quartiere in cui nacque a cinquant’anni dalla sua morte è stata vandalizzata tre giorni dopo la sua collocazione. Caso diverso, invece, quello di Piazzale Loreto, simbolo di una memoria che segna la chiusura di un’epoca e l’inizio di una nuova era e che, come tale, non può essere unanime o  del tutto riconciliata, scrive Giovanni Scirocco.

Una piazza che però ha assunto negli anni il carattere anonimo di “non luogo” per il passaggio delle auto – ricorda Andrea Pinotti: una sorta di “neutralizzazione urbanistica” polarizzata tra la strage fascista nei confronti di 15 partigiani e l’esposizione dei cadaveri di Mussolini, Petacci e di 18 gerarchi fascisti. Ma nei progetti di restyling della piazza sembra perpetuarsi una “anestetizzazione” della memoria, che non lascia spazio alla inevitabile complessità della storia.

 


Le radici del presente

 

“I monumenti tendono ad astrarre cercando un comune denominatore”,

spiega l’architetto Michela Bassanelli. “Hanno la pretesa di essere l’espressione di una presa di posizione collettiva rispetto agli avvenimenti storici” e tuttavia molto spesso offrono all’osservatore “pochi punti di riferimento per una riflessione autonoma”. I luoghi della memoria, invece, potrebbero oggi rappresentare i nuovi testimoni che per la loro natura non possono subire un processo di cristallizzazione. “Le modalità attraverso cui rendere memoria dovrebbero essere continuamente rinegoziabili”, spiega Bassanelli, “aprendo la strada a diverse elaborazioni di un evento e delle conflittualità in esso presenti, trasformando l’atto memoriale in un processo aperto e fluido, con processi di riconciliazione che non rimuovono il trauma ma aiutano a rielaborarlo”.


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La nuova docu-serie storica di Rai Cultura, “Pietre d’inciampo”, condotta da Annalena Benini, ripercorre ad esempio le vicende di sei famiglie vittime della Shoah in Italia, partendo proprio dalle “pietre d’inciampo” mimetizzate nel tessuto urbano delle nostre città. Così come il “Sentiero della Pace”, che conduce alla scoperta dei luoghi di una delle più grandi ferite del Vecchio Continente, ovvero la Grande Guerra, ne è un esempio: 520 chilometri che dal Passo del Tonale alla Marmolada attraversano i forti, le trincee e i luoghi simbolo della prima guerra mondiale (Repubblica). È quello che fa Fondazione Feltrinelli con le passeggiate del Festival Che Storia! e con il progetto “La fragilità e l’orgoglio”, un viaggio nella memoria e nel futuro della città a partire dalle sensibilità e delle aspirazioni dei giovani.

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Il trauma dell'oggi

 

E in un presente in cui viviamo un evento traumatico come la pandemia, è utile chiedersi anche quali saranno le forme di elaborazione che si stanno mettendo in pratica. “Questa storia deve passare alle nuove generazioni”, ha detto Andrea Broglia, capo progetto dell’archivio italiano della memoria, partito da Nembro per raccogliere i video e i ricordi dell’emergenza sanitaria (Giorno). È passato solo qualche mese dalla fase uno, e già musei e mostre si sono riempiti dei “ricordi del lockdown”. Tanto più forte è il trauma, tanto più “il desiderio di uscire fuori dalla difficoltà è tale da cercare di lasciarsela direttamente dietro alle spalle”, spiega il sociologo Alberto Abruzzese all’Huffington Post. Il problema ora è “come far fruttare nella fase attuale una catastrofe”.

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Una catastrofe poteva essere utilizzata per ripensare il mondo e intervenire in maniera diversa. Ma più che un meccanismo di rinascita ha prevalso quello dell’autoconservazione”. Il direttore della Stampa Massimo Giannini, dopo aver contratto il virus, si è chiesto in un editoriale quanto tutto il dolore vissuto nella prima ondata dell’epidemia sia stato “utile” a farci trovare pronti per la seconda impennata dei contagi. È mancata – scrive Francesca Gelli – la capacità di tradurre le storie traumatiche in un’elaborazione collettiva attraverso la socializzazione del dolore oltre la sfera individuale. Qualsiasi proposito di ritorno alla normalità – osserva Bruno Ziglioli – non può limitarsi a ostracizzare il dramma: la costruzione della memoria non è un problema che riguarda solo lo storico o il sociologo in astratto, ma è un fattore che influenza direttamente e profondamente le capacità di rinascita di una comunità dopo una catastrofe.




 

 

T’IMMAGINI SE

Un'ode alla bellezza e alla poesia come forze universali che possono trasformare la vita delle persone, quando caparbiamente decidono di inseguire i loro sogni e i loro desideri profondi: è Poesia sin Fin l'ultimo film di Alejandro Jodorowsky che racconta la vita del poeta cileno, la sua ribellione verso l'autorità paterna e l'inizio della sua vita da poeta e artista visionario.



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Dmitrji Strocev, il poeta bielorusso di cui abbiamo parlato la scorsa settimana si trova in un centro di detenzione preventiva, conosciuto come "Akrestsina" (o nella versione russa "Okrestina") che è il nome della via in cui si trova. Il carcere è noto per le torture inflitte da parte delle forze di polizia, in particolare durante le attuali proteste del paese. L'attivista è stato condannato a 13 giorni di detenzione per aver partecipato a una manifestazione di protesta il 4 ottobre.



 

 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

 

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CHE STORIA!
UN'ESPERIENZA DI FESTIVAL
23-25 ottobre
Viale Pasubio 5, Milano

Percorsi, ritratti e scoperte per una storia tutta da vivere

Dal 23 al 25 ottobre un festival di tre giornate per fare assieme un’esperienza inedita con la storia attraverso tre percorsi:
Storia da scoprire \ Visite guidate in archivio e percorsi espositivi per scoprire tutto ciò che ci mette in contatto con la storia, laboratori per bambine e bambini.
Storia all’aperto \ Percorsi urbani per riappropriarci della città e conoscere le vicende che l’hanno attraversata.
Storia in scena \ Ritratti di personaggi che hanno fatto la storia e che continuano a caratterizzare il nostro presente, spettacoli per aprirsi a nuovi immaginari.

Segnaliamo, in particolare, gli appuntamenti con i Ritratti di Giovanni Gentile (sabato 24 alle 18.00) e di Angela Davis (domenica 25 alle 18.00).

Scopri qui il programma completo del Festival e le modalità di partecipazione.

Ingresso gratuito. Alcune attività sono su prenotazione. Le attività di svolgono nel massimo rispetto delle ultime direttive in materia di sicurezza sanitaria.

 



CREDITS


La Newsletter “Memorie di strada” di questa settimana è stata curata da:
Luigi Vergallo
La rubrica T'immagini se è a cura di:
Manuela Barone
Supervisione editoriale:
Caterina Croce
Supervisione tecnica:
Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico:
Good Morning Italia





FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341

Questa mail è stata inviata in quanto servizio esplicitamente richiesto al momento della registrazione al sito www.fondazionefeltrinelli.it, ovvero a seguito di precedenti contatti o richieste rivolte alla Fondazione; è possibile interrompere l'invio di queste comunicazioni, cliccando qui
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