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Democrazia ultima chiamata

Dopo mesi di attesa, il Consiglio europeo dei ministri degli Esteri ha avviato un procedimento sanzionatorio sia nei confronti dei responsabili dell’avvelenamento dell’attivista Alexei Navalny in Russia, sia contro il presidente bielorusso Alexander Lukashenko (La Stampa). Bruxelles ha ribadito che le elezioni bielorusse di agosto non sono state né libere né eque e che Lukashenko manca di legittimità democratica: per questo ha chiesto di indire nuove elezioni (New York Times). Da due mesi, decine di migliaia di persone si radunano in strada a Minsk ogni fine settimana per chiedere le dimissioni dell’“ultimo dittatore d’Europa”.

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Il governo bielorusso ha autorizzato l’uso di armi letali contro i manifestanti (Cnn), mentre la leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya ha lanciato ora un ultimatum: se il presidente non si dimetterà entro il 25 ottobre, sarà sciopero generale (France 24). Ma Lukashenko, sostenuto dai militari e dalla polizia, sembra intenzionato a resistere alla più grande ondata di proteste da quando ha preso il potere nel 1994 (Politico.eu). Forte anche dell’appoggio del presidente russo Vladimir Putin, a cui ha fatto visita nel suo primo viaggio ufficiale dopo la vittoria alle urne (Dw). Mosca, dal canto suo, ha inserito Tikhanovskaya nella lista dei ricercati (Bbc), mentre nei suoi confini continua a usare la forza contro le proteste anti-governative (Human Rights Watch).




 
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Ondata inversa

“Hanno rubato i nostri voti”

Ha detto Tikhanovskaya a Bruxelles. “La nostra non è una rivoluzione geopolitica, a favore o contro la Russia o a favore o contro l’Ue. È una rivoluzione democratica” (Huffington Post). Nel rapporto annuale “Nations in Transit 2020, Dropping the Democracy Facade”, l’associazione Freedom House ha denunciato la fragilità delle democrazie nell’Europa centrale e orientale, al punto più basso degli ultimi 25 anni.

Molti leader “non fingono neanche più di preoccuparsi della democrazia o dello stato di diritto”, ha detto il presidente di Freedom House Michael J. Abramowitz (Npr): a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, la promessa di democrazia nell’Est Europa appare oggi un miraggio. I leader autoritari dell’area, ispirati da figure come Putin o Erdogan, si sentirebbero incoraggiati a sferrare attacchi alle libertà civili, con provvedimenti che riducono lo spazio civico e concentrano il potere nelle mani di pochi (Emerging Europe).

Questa “ondata inversa” della democrazia liberale è un problema allarmante, si legge su Open Democracy. E ora la pandemia rischia di amplificare gli abusi di potere, a partire proprio dalla Russia. La catastrofe epidemiologica, che genera e amplifica paure e insicurezze, potrebbe essere un motivo in più per giustificare la presenza sine die di Putin al Cremlino, scrive Cristina Carpinelli. Oltre che allargare la sua influenza sull’area.


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Alle urne

Le recenti elezioni sembrano confermare questa deriva. In Serbia – declassata da Freedom House a “regime ibrido” – si è assistito al successo prevedibile di Aleksandar Vučić. Il Paese è formalmente una democrazia parlamentare in cui l’indirizzo politico è determinato da Parlamento e governo, ma il presidente ha concentrato tutto il potere nelle proprie mani (Osservatorio Balcani e Caucaso).

In Polonia, con la vittoria elettorale di Andrzej Duda, non solo il potere giudiziario continua a essere assoggettato a quello politico, ma via via si stanno minando anche i diritti sanciti dai trattati comunitari, soprattutto per le minoranze, gli attivisti, le persone Lgbtqi (Tascabile) e anche per le donne, con l’uscita annunciata dalla Convenzione di Instanbul e le restrizioni su aborto e accesso alla contraccezione (Balkan Insight). In Slovacchia, invece, alle ultime elezioni si sono affermati i populisti di destra di Ol’ano sull’onda delle polemiche esplose con l’assassinio del giornalista anti-corruzione Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova, a cui il partito socialdemocratico non ha saputo reagire con provvedimenti idonei a sradicare quel malaffare oggetto di numerose inchieste del reporter (Bbc).

In Slovenia ha vinto la compagine di destra schierata su posizioni populiste e conservatrici, vicine a quelle di Orban (East Journal). E anche in Lituania, dopo il primo turno, si profila una sterzata a destra (Euronews).


Europa debole

 

A fine settembre, la Commissione europea ha rilasciato il primo rapporto sullo stato di diritto dei suoi 27 Paesi membri, denunciando lo scarso bilanciamento dei poteri in Ungheria e Polonia, ma anche la fragile lotta alla corruzione e il debole pluralismo mediatico in Bulgaria (Reuters).

Niente di nuovo, commentano sul Verfassungblog, piattaforma specializzata nel diritto europeo. Il report di Bruxelles non solo arriva in ritardo, ma non aggiunge nessuna informazione aggiuntiva rispetto a quanto già si sapeva, né ha alcun effetto pratico sui Paesi che violano lo stato di diritto, in quanto non prevede sanzioni.


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Di recente, però, la Corte di giustizia europea ha dichiarato illegittima la cacciata dell’Università dell’Europa centrale da Budapest in seguito a una legge del 2017 (Bbc). Una sentenza che arriva in ritardo, visto che l’ateneo è già stato costretto a spostarsi, ma che potrebbe dissuadere altri regimi europei da attacchi simili alle libere istituzioni. E che rappresenta ora anche un momento di svolta nel dibattito sulla condizionalità dello stato di diritto legata alla erogazione dei fondi europei per la ripresa post-Covid. I governi, scrive il Financial Times, ora non possono più dire che l’Ungheria non abbia problemi con la democrazia.




 

Compromessi

 

Le trattative tra Parlamento europeo e Consiglio per l’approvazione del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, a cui è collegato il piano Next Generation Eu, si sono arenate infatti sulla proposta di mediazione tedesca, ritenuta troppo debole da Strasburgo sia sui fondi di alcuni capitoli di spesa sia sulla clausola dello stato di diritto. L’Europarlamento spinge perché sia rafforzato il vincolo tra il rispetto degli standard democratici e l’erogazione delle risorse (Linkiesta). Ma la Polonia potrebbe porre ora il veto per difendere “la propria identità, libertà e sovranità”, ha annunciato il vicepremier Jaroslaw Kaczynski. “Se le minacce e i ricatti saranno mantenuti, noi difenderemo fortemente gli interessi essenziali della nazione” (Associated Press). 

 

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E anche l’Ungheria continua a intimare di bloccare il programma europeo se le condizionalità non verranno ammorbidite, evidenziando le vulnerabilità dimostrata finora dall’Europa di fronte allo svuotamento della democrazia da parte di Viktor Orban, lo stesso che Lukashenko ha definito come “suo amico” (Euractiv). La Norvegia, intanto, che non è membro dell’Ue, ha sospeso l’erogazione di sovvenzioni a Ungheria e Polonia (Post). Mentre l’incapacità di Bruxelles di affrontare la regressione democratica in questi Paesi solleva ora la questione se il blocco europeo possa davvero restare unito come comunità di valori: il modo in cui andrà a finire la trattativa sarà significativo non solo per la democrazia in Ungheria, ma per l’Ue e l’intero progetto europeo (Politico.eu).




 

 

T’IMMAGINI SE

 

мы с женой
не революционеры
беспартийные и безоружные
в нашем доме поселился дракон
бронированный и плотоядный больше
всего он любит наших детей они уже
избиты как китайская собака
и освежеваны
мы дико устали их прятать
у нас больше нет потайных углов
как нам быть
миролюбцы
драконофилы

 

mia moglie e io
non siamo rivoluzionari
senza partito e senza armi
il drago si è insediato in casa
corazzato e predatore
ama i nostri ragazzi sopra ogni cosa
li bastona come i cani in Cina
e li scuoia
siamo stanchi di nasconderli
non ci sono più anfratti
come si può essere
pacifisti
dragofili

13.08.2020
Poesia di Dmitrij Strotsev, traduzione di Giulia De Florio.



Dmitrij Strotsev un poeta bielorusso, fondatore della casa editrice “Vionograd” di Minsk, che pubblica poesia e testi religiosi. Cura l’edizione delle opere del metropolita Antonij di Surož. Nel 2007 la sua raccolta “850 righe” è stata insignita del Premio russo per la letteratura.

Coolture di Miro Remo è un documentario che si domanda ironicamente quale sia l'identità della cultura slovacca oggi. Il documentario è stato selezionato al festival internazionale di Zagabria, Zagrebdox nel 2017.

 

 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

 

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In faccia al potere - Speciale We Move On
Iniziativa pubblica nell’ambito del festival
Che Storia!

Viale Pasubio 5, Milano - Ore 19.00

Massimiliano Tarantino, direttore di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, intervista Olga Misik, giovane attivista russa, leader dei movimenti di protesta anti-Putin.

Un Presidente al vertice del potere da 20 anni. Un paese che si è affermato come laboratorio per una “democrazia sovrana” o “illiberale”. Una giovane generazione che non vuole vivere in una nuova guerra fredda. E una ragazza di 18 anni che scende in piazza leggendo la Costituzione.
Partecipa all'iniziativa pubblica nell'ambito del festival CheStoria!

 



CREDITS


La Newsletter “Passaggio a Est” di questa settimana è stata curata da: Niccolò Donati e Spartaco Puttini
La rubrica T'immagini se è a cura di: Manuela Barone
Supervisione editoriale: Caterina Croce
Supervisione tecnica: Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico: Good Morning Italia





FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341

Questa mail è stata inviata in quanto servizio esplicitamente richiesto al momento della registrazione al sito www.fondazionefeltrinelli.it, ovvero a seguito di precedenti contatti o richieste rivolte alla Fondazione; è possibile interrompere l'invio di queste comunicazioni, cliccando qui
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