FGF weekend \ La nostra città futura
SE NON RIESCI A VISUALIZZARE BENE QUESTA MAIL, CLICCA QUI

Image
 

A RISCHIO ABBANDONO

Dopo una lunga trattativa tra governo e regioni, in Italia è stato raggiunto l’accordo sui protocolli per la riapertura delle scuole (Repubblica). Un rientro significativo, quello di quest’anno, dopo che il ciclone Covid ha amputato lo scorso anno scolastico con la chiusura degli istituti, cancellando di fatto quel “luogo per tutti” in cui “tutti i bambini potessero avere la stessa cosa”, ha spiegato la sociologa Chiara Saraceno a Left. L’impatto della pandemia sull’educazione è stato disastroso in tutto il mondo. Secondo l’Unesco, “da quando le scuole sono state chiuse, sono cresciuti i matrimoni prematuri, più bambini sono stati reclutati nelle milizie di guerra, lo sfruttamento delle minorenni è aumentato, così come le gravidanze precoci e il lavoro minorile”. La maggiore preoccupazione è per gli effetti di questo stop sulle studentesse, ad alto rischio di abbandono. E per i figli di genitori con bassi livelli di alfabetizzazione e risorse educative limitate aumenta il pericolo di “learning loss”, ovvero la perdita di apprendimento (New Frame). Un gruppo di 275 ex leader mondiali ha inviato una lettera ai Paesi del G20 per chiedere di intervenire subito in favore dell’educazione e assicurare che milioni di bambini non restino senza istruzione. Secondo i firmatari, sono necessarie misure urgenti per dare priorità al destino di 30 milioni di bambini, i quali, secondo un rapporto dell’Unesco, anche con la fine dei lockdown, potrebbero non tornare mai a scuola (Save The Children). Anche dalla Rete educAzioni arriva un appello in vista delle riapertura degli istituti italiani, proponendo di rilanciare “i patti educativi in grado tenere aperte le scuole tutto il giorno, a partire dai territori dove è più grave e diffusa la povertà educativa, per risarcire, con tutti gli strumenti possibili e attraverso scelte coraggiose e sperimentazioni didattiche, bambine e bambini, ragazze e ragazzi del tempo scuola perduto”.

Imagecredits: Rocco Rorandelli




 
Image
 

Il peso del lockdown

 Nessuno ha ancora calcolato il costo di questo buco sociale, culturale e psicologico che si è spalancato per mesi nelle vite dei giovani, ha scritto Ezio Mauro su Repubblica. Ecco perché la riapertura è un rischio necessario da correre, spiega. Ma è anche un’occasione da non perdere per uno sforzo straordinario indirizzato a rimettere in piedi la scuola, colmando disuguaglianze territoriali, scompensi e ritardi. Nei mesi di lockdown l’interruzione della scuola e la distanza hanno generato ansia e stress negli studenti, ma i disagi psicologici riguardano pure i docenti, anche lor impreparati a gestire l’isolamento e a continuare a fare didattica in condizioni non sempre agevoli (Tecnica della scuola). “La salute mentale e il benessere di tutti gli studenti vengono prima di tutto”, ha detto Brikena Xhomaqi, direttrice della Lifelong Learning Platform, che riunisce 42 organizzazioni europee attive nel mondo dell’educazione. Le scelte fatte nella lotta contro il Covid 19, ha spiegato, “hanno avuto profonde conseguenze psicologiche per tutti.” E “le attività di insegnamento e apprendimento sono diventate fattori che hanno contribuito allo stress. Ma è interessante notare che a salute mentale di studenti, insegnanti e formatori non è stata inclusa nei programmi di emergenza in diversi Paesi”. In Italia, nel Protocollo per il riavvio dell’anno scolastico, il ministero dell’Istruzione ha previsto un supporto psicologico a disposizione delle scuole. Un’iniziativa positiva, secondo lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai: “Potrebbe risultare di grande utilità un aiuto a riattivare le risorse e il benessere di tutta la comunità scolastica”, spiega all’Agi. “Direi che l’elemento centrale è quello della riaccoglienza emotiva”.

Image
 

La scuola al centro 

La “fisicità” dell’incontro, venuta a mancare con lo stop dell’anno scolastico, è un elemento irrinunciabile per l’apprendimento, scrive Elisabetta Mughini, dirigente di ricerca presso Indire. E non solo dentro l’aula scolastica. Lo spazio dell’apprendimento, spiega, è “allargato dalla dimensione fisica a quella digitale, dalle mura della classe a quelle dell’intera scuola, e diffuso al territorio prossimo della comunità locale e a quello di una comunità globale”. Non a caso, da un’indagine condotta da Indire, emerge da un lato il ruolo strategico della scuola per i territori, anche per allontanare il rischio dello spopolamento nei piccoli comuni, ma dall’altro lato viene fuori pure la necessità delle scuole di doversi aprire maggiormente alla comunità e di andare oltre “l’edificio scolastico”, come nel caso del progetto Scuola Sconfinata, provando a creare un’alleanza educativa permanente e una gestione amministrativa partecipata dei servizi scolastici (Italia Che Cambia). È accaduto ad esempio a Palomonte, nel salernitano, con il progetto della scuola di comunità, dove gli spazi aperti del territorio sono interconnessi con gli spazi chiusi (Fondazione Leonardo). E le scuole diventano uno strumento centrale anche per la sopravvivenza dei territori: senza presidi educativi, musei e biblioteche, la gente va via (Linkiesta). Non a caso, nelle aree terremotate del centro Italia – come racconta il sindaco di Norcia – nella ricostruzione è stata data “priorità alla scuola prima che al lavoro e alle case” (Adnkronos). È quello che spiega l’antropologo Vito Teti: “Non può esistere un paese, anche il più piccolo, senza centri culturali, luoghi di socialità, e, soprattutto, senza scuole. Le scuole – anche con pochi alunni – devono restare aperte e funzionanti”. “Non abbiamo bisogno di chiudere scuole, ma di aprirle” (Orticalab).

COME RIAPRIRE


Secondo un sondaggio condotto da Izi in collaborazione con Comin & Partners, alle condizioni attuali più di otto genitori italiani su dieci sono favorevoli al ritorno in classe a settembre: il 51,1% solo se il Miur adotterà regole di sicurezza idonee e il 34,4% in ogni caso, perché la didattica in presenza non è sostituibile con la didattica a distanza. In Europa, alcuni Stati hanno già riaperto gli istituti scolastici. La Danimarca è stato il primo Paese a riaprire le scuole lo scorso 15 aprile. L’approccio della Germania varia invece in base alle caratteristiche di ciascun “land”, e già ad agosto alcune regioni hanno riaperto gli istituti (Post). In Spagna si riapre il 7 settembre e la ministra dell’Istruzione si è detta convinta che “i benefici della scuola superano di gran lunga i rischi” (Bbc). È quello che ha detto anche un’insegnante francese alla Associated Press: “Il rischio per la salute esiste, ma il rischio di non far andare i bambini a scuola è ancora più grande”. Anche in Italia, le scuole si sono ingegnate tra le difficoltà per riaprire. C’è chi, come è accaduto nei Quartieri Spagnoli a Napoli (La Stampa) o alla scuola media Bodio-Guicciardi di Milano (Il Giorno), ha riaperto già a giugno. E chi ha coinvolto mamme e papà nella ripartenza: alla scuola Steiner di Milano, maestre e genitori hanno assemblato 200 nuovi banchi in legno necessari per la ripartenza (Corriere). Idee innovative arrivano anche dai centri più piccoli. Negli istituti di Villasor, piccolo comune sardo in provincia di Cagliari, si useranno banchi triangolari disposti “a isola” (Open). Ma non mancano le difficoltà: a Palermo, nella scuola di Brancaccio, persino il magazzino è stato trasformato in quattro classi con l’uso dei pannelli divisori (Repubblica). Mauro Piras propone la soluzione adottata in altri Paesi: didattica per piccoli gruppi, alternando momenti in presenza e momenti a distanza, con grande flessibilità e la possibilità di convertire una parte del monte ore obbligatorio in attività a distanza. Il ritornello del “non si perderà un’ora di scuola” rischia di farci schiantare contro un muro, dice (Le parole e le cose).



Image




 


Image
 

Senza muri

 “Cosa succede a settembre? Scuola e didattica a distanza ai tempi del Covid-19” è il titolo dell’ultimo libro di Gino Roncaglia, tra i massimi esperti italiani di digitale e didattica. L’esperienza emergenziale – spiega – deve essere un punto di partenza per realizzare una “scuola del futuro” più moderna e inclusiva. E questo significa, prima di tutto, introdurre strumenti e metodologie nuove, ridurre la centralità del gruppo classe e pensare a un’organizzazione degli spazi più flessibile e modulare (Doppiozero). In Spagna, la Asociación Nacional de Educación en la Naturaleza ha proposto di convertire gli spazi esterni in alleati del processo educativo, combinando insieme formazione in aula, strumenti digitali e lezioni all’aperto (El Pais). Ma le iniziative non mancano neanche in Italia dove, partendo da un patrimonio edilizio scolastico variegato, l’apertura di collaborazioni tra pubblico e privato si è rivelata spesso un’occasione preziosa per supportare le realtà più sofferenti, come è accaduto a Torino (Il Giornale dell’Architettura). Nelle scuole di San Miniato, si farà lezione anche nel museo archeologico. Mentre ad Arezzo il sindaco ha pensato alla didattica all’aperto “secondo il modello aristotelico”. “Le città devono aprirsi agli studenti”, scrive l’insegnante Franco Lorenzoni su Internazionale, proponendo l’educazione diffusa anche per combattere le povertà educative cresciute nel tempo della “non scuola”. Bisogna rompere le barriere tra l’apprendimento chiuso nella scuola e la vita sociale, scrive anche Paolo Mottana, professore di filosofia all’Università Bicocca, per stimolare i ragazzi a cercare nei quartieri, nei territori e nelle infinite occasioni che la realtà offre. E in questo vanno coinvolti municipi, biblioteche, musei, conservatori, teatri, atelier, cooperative e associazioni. Come è accaduto a Palomonte, nel salernitano, con il progetto della scuola di comunità, dove gli spazi aperti sono interconnessi con gli spazi chiusi: un modo per salvare la scuola e anche il paese (Fondazione Leonardo).

Image
 

Stare nel cambiamento

 Con la chiusura delle scuole, il digitale ha permesso di proseguire la didattica nell’emergenza. Si tratta ora di rovesciare l’asimmetria tra tecnologia e pedagogia, in modo che non sia la prima a dominare la seconda, scrive Paolo Landri, ricercatore del Cnr. Nel corso del lockdown, è sembrato che Google Suite, Microsoft Teams, Cisco Webex e Weschool fossero un tutto indistinto. Al tempo stesso, si sono confusi l’e-learning, il web-learning, l’open education e la DaD, senza che si potessero comprendere quali strumenti fossero più appropriati. Sarebbe opportuno avviare, a questo punto, una riflessione sulle esperienze che si sono sviluppate, facendosi guidare però da un approccio pluralistico alle tecnologie educative. È il digitale che deve servire la scuola, non è la scuola a dover servire il digitale, scrive il ricercatore Pietro Savastio. “Se dunque intendiamo produrre emancipazione, competenze trasversali, pensiero critico e complesso, capacità di problematizzare e risolvere, allora occorre valutare quale ruolo possa giocare lo strumento digitale in relazione a queste finalità educative”. E per farlo non bisogna adagiarsi su un singolo strumento, perché gli strumenti devono essere scelti e impiegati in funzione delle necessità del’insegnante e delle scelte didattiche, spiega il docente Diomede Mazzone. Serve un salto di qualità. È quello che Luca Solesin, change maker di Ashoka, definisce come un nuovo patto sociale fra Stato e cittadini per rinnovare la scuola: “Nella scuola di settembre non dovremo più discutere su ‘digitale sì o digitale no’ perché dovrà essere la dotazione di base senza la quale una scuola non può compiere il proprio dovere”. Ma al di là degli strumenti digitali, l’esperienza dimostra che “la vera differenza di insegnamento l’hanno fatta le metodologie con cui sono stati impiegati questi strumenti”



 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

Mettere al centro i bisogni, i diritti e le aspirazioni di chi abita città, territori e comunità: A Human Place, la nuova edizione di About a City curata da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, invita a ripensare i luoghi in cui viviamo all'indomani della crisi. Tre giorni di talk, lecture, tavoli di lavoro e workshop, laboratori e pratiche artistiche, con ospiti internazionali, citymaker, comunità di pratica.



Image


About a City apre venerdì 18 settembre alle 10.00, in Viale Pasubio 5 a Milano, con La città dei ragazzi: a quale scuola e a quali paradigmi, linguaggi e spazi educativi guardare all’indomani della crisi? Come guardare a città e territori che sappiano restituire centralità a bambini e bambine, ragazzi e ragazze? Con quali alleanze intervenire e quale la responsabilità dell’attore pubblico su questi temi?
Una giornata per professionisti del settore (insegnanti, dirigenti, formatori, operatori del Terzo Settore) e con rappresentanti del mondo accademico e delle Istituzioni per guardare a priorità di intervento che possano rilanciare il ruolo dell’educazione nei territori, nelle dinamiche di convivenza e nell’agire politico.

Tra gli ospiti: Franco Lorenzoni, Movimento di Cooperazione Educativa e Cenci casa-laboratorio (in video collegamento), Giulio Cederna (Fondazione Paolo Bulgari), Giulia Tosoni (Comune di Milano), Salvatore Giuliano (già Sottosegretario all’Istruzione), Antonella Meiani (maestra elementare), Lamberto Bertolè (Presidente del Consiglio Comunale), Rachele Furfaro (Fondazione Foqus).


La città dei ragazzi è in collaborazione con Fondazione Marazzina e Fondazione di Comunità Milano.






 





CREDITS


La Newsletter “Domani c'è scuola” di questa settimana è stata curata da: Andrea Zucca
Supervisione editoriale: Caterina Croce
Supervisione tecnica: Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico: Good Morning Italia



 


FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341


Questa mail è stata inviata in quanto servizio esplicitamente richiesto al momento della registrazione al sito www.fondazionefeltrinelli.it, ovvero a seguito di precedenti contatti o richieste rivolte alla Fondazione; è possibile interrompere l'invio di queste comunicazioni, cliccando qui







-