FGF weekend \ La nostra città futura
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I MARGINI AL CENTRO

“Andiamo via dalle città invivibili per riappropriarci dell’Italia intera”, titola un articolo dell’Espresso scritto dal sociologo Giovanni Carrosio, autore de “I margini al centro” (Donzelli). Il lockdown, scrive Carrosio, ha portato a riscoprire una “società incentrata sulla casa”, mostrando le disuguaglianze territoriali del Paese. E con le storie di ritorno dalle grandi città ai luoghi di origine (nel Meridione, nelle aree interne e nelle città di provincia), dove in tanti hanno continuato a studiare e lavorare grazie alle tecnologie, ha ripreso vigore il dibattito sulla coesione territoriale attorno a una prospettiva di deconcentrazione della popolazione tramite un modello di sviluppo capace di valorizzare il policentrismo territoriale. Un dibattito che ha messo in luce la grande questione delle aree interne, quei territori caratterizzati da bassa densità abitativa e lontananza dai servizi essenziali, che da tempo sono intrappolati in una dinamica di spopolamento. Con il lockdown, centinaia di migliaia di lavoratori sono transitati in breve tempo al lavoro agile, facendo emergere ad esempio come la banda larga raggiunga solo un quarto della popolazione contro una media europea del 60%: una situazione che ha deprivato i cittadini delle aree marginali della possibilità di lavorare e studiare in maniera efficiente (Doppiozero). Ma la questione non è solo il lavoro dal Sud: secondo il giornalista Sergio Ragone “il vero nodo da sciogliere resta un altro, il lavoro al Sud”. Una partita che va oltre la retorica nostalgica e ha bisogno dell'impegno di storici, innovatori, makers, intellettuali, artisti e politici per la scrittura di una nuova agenda i cui capisaldi possono essere: green, digitale, sicurezza (HuffingtonPost).

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Un paese ci vuole

In Italia, i piccoli comuni con meno di 5mila residenti sono il 69,5% del totale. Qui vive il 16,5% della popolazione italiana, di cui solo il 15,7% ha meno di 40 anni (Repubblica). Lo spopolamento è un fenomeno che pesa su queste aree, in continuo declino dal 1998 con un’accelerazione negli ultimi anni. Secondo l’Istat, tra il 1998 e il 2016 i piccoli centri hanno visto la popolazione calare di quasi 700mila persone. Nelle aree interne, la popolazione è generalmente molto anziana e gli over 65 superano il 30%: si è oltre il punto di “non ritorno demografico”. Solo una fortissima immigrazione potrebbe riavviare un processo di vitalità delle comunità (Valori). Internazionale ha raccontato ad esempio la scomparsa della comunità dei cimbri in Veneto. Al senso di questi luoghi, l’antropologo Vito Teti ha dedicato gran parte della sua ricerca. E nel libro “Quel che resta” (Donzelli), al di fuori di ogni retorica nostalgica, già si concentrava sulla possibilità di riscatto, sull’innovazione e sul mutamento necessari per reinventarli. Ora, scrive alla voce “Paese” del dizionario di parole-chiave che accompagna il “Manifesto per riabitare l’Italia” (Donzelli), il coronavirus ci costringe a ribaltare lo sguardo oltre le classiche contrapposizioni città-paese, mostrandoci la necessità di guardare la pianura dalla montagna, di ripartire dalle periferie e dai margini per “riabitare l’Italia” e rigenerare i luoghi. Non un ripristino dell’antico, ma un “ritorno” a qualcosa di nuovo, profondamente mutato. Il virus ci ha insegnato che ogni luogo può essere periferia o centro del mondo, spiega. Occorre ristabilire un rapporto con la terra, il paesaggio, il mondo animale, i luoghi della produzione, le persone (Gazzetta del Sud).

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Italia diffusa

Esperienze di ritorno e ripopolamento dei piccoli centri si stavano diffondendo già prima della pandemia. Un esempio arriva da Glori, Imperia, dove dal 2015, grazie a un progetto di alcuni giovani del luogo, il borgo si sta via via ripopolando nel segno della sostenibilità (Avvenire). Almeno 20 piccoli comuni in Italia hanno già provato la strada delle case vendute a 1 euro, che si è dimostrata in grado di generare un’economia milionaria che va oltre la semplice fase di acquisto, racconta Valori. Mentre in Trentino, il piccolo comune di Luserna, per combattere lo spopolamento offre case gratis in cambio di atti di volontariato “per il benessere di tutti” (Huffington Post). Iniziative che ora si stanno moltiplicando da Nord a Sud, grazie alla possibilità offerta dal lavoro a distanza. Elena Militello è una 27enne ricercatrice siciliana che, a causa del Covid-19, è tornata a Palermo, dove ha realizzato di poter restare nella sua città proseguendo il lavoro da remoto. E con altri suoi coetanei ha creato l’associazione “South Working. Lavorare da Sud”, coinvolgendo le realtà simili che stanno nascendo nelle altre regioni meridionali. “Il south working è l’occasione per ridimensionare il divario territoriale, economico e sociale che viviamo in Italia”, dice. “Il nostro obiettivo è ridurre il divario tra le varie regioni al rialzo, in modo da stimolare l’attrattività dell’intero sistema Paese” (Linkiesta). E se il borgo lucano di Grottole si propone come casa-ufficio per i lavoratori nomadi (Elle Decor), nell’Oltrepò pavese è stato creato un coworking con connessione veloce per accogliere giovani professionisti tra le colline dell’Appennino. Il ministro per il Sud e la coesione territoriale ha avviato, partendo dall’Irpinia, un “Viaggio nei luoghi che (non) contano” per il rilancio della Strategia nazionale per le aree interne. “Sento l’esigenza”, ha detto, “di conoscere più a fondo l’Italia, i paesi e coloro che sono rimasti o rientrati durante la pandemia, i molti che stanno cercando l’opportunità di restare, innovando e sperimentando nuovi modelli di organizzazione sociale e produttiva” (Il Sole 24 Ore).

QUALE SVILUPPO


“La politica ha un’occasione per immaginare una nuova normalità in cui la crescita iperbolica dei grandi centri urbani sia riorientata verso centri di conoscenza intermedi, luoghi di interazione, diffusione della conoscenza e generatori di innovazione che siano al contempo sostenibili nel nuovo mondo post Covid”, dice a L’Espresso Andrea Filippetti, ricercatore del Cnr. “Un Paese a trazione diffusa sarebbe più resiliente rispetto a crisi pandemiche e potrebbe generare un percorso di sviluppo più sostenibile”. Non si tratta più di superare la storica contrapposizione tra Nord e Sud, mette in guardia Filippo Barbera sul Manifesto. Le differenze economiche, sociali e territoriali che separano il Nord-Ovest dal Nord-Est sono per molti aspetti tanto rilevanti quanto quelle che distinguono il Settentrione dal Meridione. Il  Forum Disuguaglianze e Diversità ha consegnato al governo una proposta sull’utilizzo dei fondi in arrivo del Recovery Fund europeo per “liberare il potenziale di tutti i territori con una politica di sviluppo moderna e democratica”. Ma cosa servirà? Secondo il ricercatore Davide Olori, serve ripensare l’approccio alla “questione interna”. È ipotizzabile – scrive – una nuova riforma agraria, la redistribuzione delle terre demaniali, la pubblicizzazione delle infrastrutture dei beni comuni, l’inclusione degli istituti collettivi nella gestione pubblica. Col prerequisito di abbandonare un’idea di sviluppo che passa dalle iniezioni di risorse pubbliche per grandi investimenti infrastrutturali: secondo Olori sarebbe necessario invece riorientare gli strumenti di finanziamento pubblico verso l’economia fondamentale, partendo dall’assunto che tutto questo va ripensato con le comunità locali e differenziando le soluzioni in base al contesto. Per superare l’ostacolo del “colonialismo interno” e pensare allo sviluppo come strumento per migliorare la vita di tutti.



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Rigenerazione

Gli esempi di tentativi di rigenerazione territoriale sono diversi. Dall’Irpinia, grazie all’Università di Napoli, è partito il progetto dell’Erasmus delle aree interne, attraverso la partnership con gli atenei di Estonia, Spagna e Olanda, con l’obiettivo di uno scambio di conoscenze, buone pratiche e idee innovative sul tema dello spopolamento (Orticalab). Ad Amatrice, epicentro del sisma del 2016, il territorio ha riscoperto la vocazione agricola grazie alla costituzione di una impresa sociale che ha consorziato dieci aziende agricole che producono pasta bio (Vita). A Montelaterone, borgo di 100 abitanti alle pendici del Monte Amiata, una cooperativa di otto donne sta progettando dal basso il rilancio economico-sociale del paesino contro lo spopolamento (Il Sole 24 Ore). Uno strumento vincente per una nuova vitalità dei territori si sono rivelate proprio le cooperative di comunità. “È fallito un sistema prestazionale e oggi riscopriamo nel metodo della cooperazione di comunità un principio di efficienza nella rarefazione: ci siamo abituati a ritenere efficiente solo ciò che sta in ambienti densi, invece questa situazione ci obbliga a riscoprire un principio di efficienza in un ambiente diverso, slegato dalla massificazione incrementale delle risorse”, spiega Giovanni Teneggi, responsabile del progetto “Cooperative di comunità” di Confcooperative (Altreconomia). Ma in alcune aree, per superare il rischio della scomparsa, servono le infrastrutture. In primis quelle digitali. Il presidente dell’Unione nazionale delle comunità e degli enti montani, Marco Bussone, a Repubblica ha spiegato che per non far morire le comunità montane occorre ora più che mai colmare il gap digitale: “Per ripopolare non bastano le risorse economiche, non serve il cemento, dobbiamo evitare di costruire nuove cattedrali nel deserto. Dobbiamo trasformare il deserto in opportunità. Lo possiamo fare soltanto vincendo la sfida digitale”.

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Nuovi turisti 

Una spinta per una nuova formula di riscoperta e cura dei luoghi arriva certamente dal turismo. Davanti alla necessità del distanziamento sociale, l’estate della pandemia ha portato a una crescita dei viaggiatori nei piccoli borghi e nelle aree interne del Paese (HuffingtonPost). Il rapporto “Piccoli comuni e cammini d’Italia” messo a punto da Symbola e dalla Fondazione Ifel ha riunito ad esempio 44 diversi itinerari con un viaggio ideale a piedi attraverso 1.435 piccoli comuni (Repubblica). Nelle aree del sisma del centro Italia, i volontari dell’associazione Arquata Potest stanno lavorando da tempo proprio per riportare all’antico splendore i sentieri storici sui Monti Sibillini come strumento per la ripartenza post sisma e post pandemia (Corriere). Con la diffusione delle biciclette come mezzo di trasporto, anche grazie ai bonus statali, si prevede un incremento dei cicloturisti (Il Sole 24 Ore) che si possono rivelare uno strumento vincente anche per rilanciare il mercato immobiliare dei territori (Bikeitalia). Ma nello stesso tempo, nell’estate 2020, si è registrato l’assalto alle montagne, in particolare le Dolomiti, per molti anni sottratte al turismo di massa (L’Adige). Il Trentino Alto Adige quest’anno ha deciso non a caso di chiudere al traffico l’accesso al lago di Braies, raggiungibile solo con i bus navetta, a piedi o con la bicicletta (Internazionale). È quella che Lucia Tozzi chiama “turistificazione dei luoghi” (Nazione Indiana), che nell’epoca del distanziamento sociale ha più che mai bisogno di una alternativa: una nuova declinazione del turismo che non produca danni sui luoghi e l’ambiente e non riduca i centri storici di città come Venezia a luoghi deserti in assenza dei turisti, ma che coinvolga i cittadini con ricadute sull’economia, lo sviluppo e la cultura locali (Critica Urbana).



 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

Domenica 6 settembre alle 12.45, nell'ambito del Festival della mente di Sarzana, in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul sito di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, l'incontro The ideal city in occasione della presentazione del libro Atlante delle città. Nove (ri)tratti urbani per un viaggio planetario, con la curatrice Paola Piscitelli e l'architetto Alfredo Brillembourg.


Johannesburg, Ulan-Bator, San Paolo, Bucarest, Giaffa, Napoli, Mumbai, Caracas, fino al Mediterraneo, mare divenuto simbolo delle nuove frontiere che respingono e privano dello status di cittadinanza. Nove cartoline dal mondo per mettere in luce i tanti modi di essere e fare città all’epoca dell’urbanizzazione planetaria. Città negate, frammentate, diseguali. Ma anche città che resistono, comunità che inventano nuove forme dell’abitare, quartieri che riscoprono lo spazio comune come bene relazionale. Se le città sono lo specchio delle iniquità del capitalismo contemporaneo, osservarle da vicino permette di cogliere i semi di un cambiamento possibile.



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CREDITS


La Newsletter “Controesodo” di questa settimana è stata curata da: Gabriele Solazzi
Supervisione editoriale: Caterina Croce
Supervisione tecnica: Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico: Good Morning Italia



 


FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341


Questa mail è stata inviata in quanto servizio esplicitamente richiesto al momento della registrazione al sito www.fondazionefeltrinelli.it, ovvero a seguito di precedenti contatti o richieste rivolte alla Fondazione; è possibile interrompere l'invio di queste comunicazioni, cliccando qui







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