FGF weekend \ La nostra città futura
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INTERCONNESSI 

“Con più di un terzo della popolazione confinata a casa, vogliamo irrefrenabilmente toccarci l’un l’altro. Sembra più importante riconnetterci con gli amici” annotava la scrittrice Laurie Penny ad aprile, nel pieno del lockdown. La pandemia ci ha ricordato che siamo “esseri tattili”, ha osservato il naturalista Jacques Tassin su Libération: toccare il mondo è un bisogno e una fonte di benessere; superata la fase del distanziamento sociale – scriveva – dovremmo riappropriarci della relazione corporea che ci lega agli altri e alla realtà. Ma come fare? Abbiamo subìto uno shock, commenta la filosofa Elena Pulcini, che ci ha destituiti dalle nostre certezze e dai nostri privilegi consegnandoci a una “condizione di vulnerabilità radicale: radicale perché la ferita inflitta sulla parte di noi più esposta e fragile, cioè il nostro corpo, si è allargata al nostro intero stile di vita costringendoci a un momento di arresto”. La scoperta, forse più traumatica, è stata quella della nostra fragilità: l’irruzione della morte che noi occidentali accettiamo sempre meno, considerandola – scrive Slavoj Žižek – come qualcosa di estraneo che è possibile rimandare all’infinito. Come convertire dunque quest’esperienza deflagrante in una lezione potenzialmente positiva che ci faccia riscoprire il valore del legame sociale e di quelle dimensioni dell’umano spesso rimosse come la vulnerabilità e l’empatia, la reciprocità e la cura? Anna Simone, sociologa all’Università di Roma Tre, ricorda le parole di Freud ne Il disagio della civiltà: “Non sarebbe preferibile restituire alla morte, nella realtà e nel nostro pensiero, il posto che le compete? Ricordiamo il vecchio adagio: Si vis pacem, para bellum. Sarebbe tempo di modificarlo così: Si vis vitam, para mortem. Se vuoi sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte».



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La salute di tutti

È la doppia lezione del Covid-19, spiega Marianna Gensabella, professoressa di Filosofia morale dell’Università di Messina: con le sue origini dal mondo animale, ci ricorda il legame tra i viventi; con il suo essere estremamente contagioso ci costringe a farci carico del vincolo tra il benessere individuale e la salute di tutti. Un vincolo radicato nella nostra vulnerabilità ma anche generativo della nostra capacità di cura (Noi Donne). La consapevolezza di questo legame ridimensiona i miti dell’individualismo e ci sollecita a riconoscerci come parte di un unico ecosistema. Mai come oggi la metafora del “corpo politico” trova nuove ragioni per venire indagata: ammalandoci contemporaneamente avremmo reso impossibile agli ospedali e  ai reparti di terapia intensiva di prenderci in carico. “Le persone ammalate ammalano il sistema”, scrive Chiara Cappelletto, docente di Filosofia all’Università degli Sudi di Milano, “abbiamo riconosciuto così un vincolo tra la vulnerabilità del singolo e la vulnerabilità delle strutture statali deputate all’assistenza medica”. La salute di ciascuno di noi non può essere più pensata come un bene privato, come una faccenda individuale, ma ha tutte le caratteristiche di un bene comune globale, ha scritto Vittorio Pelligra, professore di Politica economica all’Università di Cagliari. Tesi sostenuta anche dal collettivo per l’Economia fondamentale, in reazione a decenni di privatizzazioni. A questo proposito, il premio Nobel per la pace 2006 Muhammad Yunus ha lanciato un appello, sottoscritto da 101 personalità globali della politica e dello spettacolo, per un vaccino anti-Covid come bene comune universale senza brevetti di proprietà. “L’unico modo per sradicare definitivamente la pandemia”, ha scritto Yunus, “è di avere un vaccino che possa essere somministrato a tutti gli abitanti del pianeta (…) che vivono in Paesi ricchi o poveri”.

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In relazione

Con la pandemia abbiamo avuto d’improvviso la percezione di noi stessi in relazione all’altro, umano e non. La salute individuale è apparsa subito legata a quella collettiva e globale. Una sensazione di interdipendenza a lungo rimossa a favore del principio di sopraffazione come inevitabile modo di operare. Il virus ci ha messo invece di fronte a una verità: la vulnerabilità ci accomuna, dai più potenti fino ai più fragili. Una condizione che riguarda tutti i viventi e l’intero ecosistema (Forbes). “Nei secoli abbiamo pensato in modo individualistico considerando il mondo come una semplice fonte di risorse, mentre dimenticavamo di interrogarci sui rapporti di interdipendenza tra noi esseri umani e tutti gli altri esseri”, spiega il filosofo belga Laurent de Sutter, autore del volume “Cambiare il mondo – L’epidemia e gli dèi” (Tlon). Improvvisamente “ci siamo resi conto che ciò che in apparenza abbiamo costruito per proteggerci dalle minacce è esattamente ciò che le sta intensificando” (HffPost). Dopo che oltre un terzo della popolazione mondiale ha vissuto in isolamento, le responsabilità umane nei confronti dell’ambiente sono apparse tragicamente evidenti (Valigia Blu). “La natura ci sta inviando un messaggio”, spiega la responsabile della sezione ambiente delle Nazioni Unite, Inger Andersen. “Siamo intimamente interconnessi con la natura, che ci piaccia o no. Se non ci prendiamo cura della natura, non possiamo prenderci cura di noi stessi” (Guardian). Potrebbero sembrare due questioni distinte – scrive The Conversation – ma la crisi Covid-19 e le crisi climatiche sono profondamente connesse. Entrambe nascono dalla nostra apparente riluttanza a rispettare l’interdipendenza tra noi umani, con le altre specie animali e il mondo naturale.

SPECIE TRA LE SPECIE


Quella a cui assistiamo non è una catastrofe naturale, ma “la conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi naturali”, mette in guardia il Wwf nello studio “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi”. “Stiamo vivendo la fine dell’esilio dell’uomo dalla natura”, spiega il filosofo Miguel Benasayag in un dibattito organizzato da Fondazione Feltrinelli. La concezione dell’uomo come “proprietario della natura” ha prodotto il “disastro dell’Antropocene”. Per arrivare a una “ibridazione gioiosa con la natura”, invece, “dobbiamo uscire da questa distanza moderna” reintroducendo “l’umano nell’ecosistema”. Un passo indietro che permetterebbe di avere un altro punto di vista, come dimostra lo scienziato Stefano Mancuso mettendo in discussione la barriera tassonomia tra vegetali e animali. “Siamo uno dei nodi della rete della vita”, dice Mancuso dialogando con Benasayag. “La vera sfida per il futuro sarebbe che noi capissimo che la nostra posizione nell’ambito della natura non è di privilegio. È l’unica maniera per sperare di avere un futuro”. Le organizzazioni animali, tutte insieme, rappresentano lo 0,3% della biomassa, spiega lo scienziato. Mentre le piante rappresentano l’85%. “Possiamo pensare di essere i padroni di questo pianeta ma siamo assolutamente irrilevanti”. “L’estinzione non è solo una metafora, il collasso del sistema non è un film catastrofista”, scrive Donna Haraway nel testo Chthulucene, sopravvivere su un pianeta infetto. Per capirlo, “basta chiederlo a qualsiasi rifugiato, di ogni specie”. Allargare e ridefinire la “parentela” con le altre specie del pianeta “è un processo legittimato dal fatto che tutte le creature della Terra sono imparentate nel senso più profondo del termine”. E già da tempo, scrive Haraway, “avremmo dovuto iniziare a prenderci più cura delle creature affini come assemblaggi e non delle specie una alla volta”.

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Sull’orlo dell’estinzione

I sistemi complessi sono molto efficienti dal punto di vista economico, ma l’interconnessione fa sì che se qualcosa va storto, come nel caso del coronavirus, crolla tutto il sistema, spiega la filosofa Simona Morini (Morning Future). Lo dimostra bene lo studio pubblicato sul Proceedings of the National Academy of Sciences of the United State of America, secondo cui la Terra sta vivendo la sesta estinzione di massa della storia del pianeta centinaia o migliaia di volte più velocemente del tasso atteso. Le singole componenti del pianeta interagiscono e “l’estinzione genera a sua volta estinzione”, spiegano gli autori. Man mano che gli ecosistemi si degradano o collassano, gli umani perdono molte funzioni della natura che danno per scontate, come le foreste che generano precipitazioni per le falde acquifere o le mangrovie che proteggono le coste dall’erosione. Avvicinandosi alle aree un tempo selvagge, affrontiamo così maggiori rischi di esposizione alle malattie trasmesse da animali, inondazioni, alluvioni e incendi. Con costi economici, sociali e sanitari immensi (Vox). La pandemia sta mettendo alla prova il pianeta, ha scritto l’Economist. Nuove malattie sono inevitabili, le conseguenti calamità globali non lo sono. Allora, se ci sarà una ricostruzione come dopo la seconda guerra mondiale, dovremmo puntare su questa riscoperta reciprocità, globale e locale, grazie anche alla nuova consapevolezza dei rischi connessi alla coesistenza planetaria, sostiene Timothy Morton. Il globalismo, scrive il Guardian, non può semplicemente essere una celebrazione delle consegne “just in time”. E in un momento in cui la globalizzazione sembra rallentare, tra le misure di contenimento del virus, più che alla difesa della globalizzazione – scrive Mario Ricciardi – dovremmo puntare al progetto cosmopolita di chi aspira a una società globale in cui “la violazione di un diritto in una parte del mondo viene sentita in tutte le altre parti”. Nella consapevolezza che ci riguardano le esigenze dei nostri vicini di casa, tanto quanto quelle di coloro che vivono nelle zone di guerra o che fuggono dai disastri climatici.

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Non si può essere sani in un pianeta malato

Il lockdown, in conclusione, è stato un po’ come un “esperimento di massa”. Chiusi in casa, molti di noi si sono resi conto di quanta energia si usa ogni giorno o quanto cibo viene sprecato (Bbc). Ma abbiamo anche scoperto la centralità delle reti di vicinato e degli spazi di solidarietà nella cura collettiva, come dimostrano i numerosi esempi nel mondo (Dinamopress). Dal mondo vegetale alle interazioni umane, l’equilibrio delle interazioni tra le specie governa le dinamiche e la stabilità delle comunità. “Se hai una comunità in cui la maggior parte delle specie si aiuta a vicenda, ogni specie sarà abbondante”, spiegano gli scienziati della University of Pennsylvania. Se dall’esperienza della pandemia nascerà un rinnovato sentimento globale di rispetto verso tutte le specie, però, è troppo presto per dirlo. Anzi. Come scrive la ricercatrice Anna Pettinaroli, davanti alla crisi attuale si potrebbe correre il rischio che governi e imprese accantonino le politiche transizione ecologica e sociale per dedicarsi a questioni “più urgenti” da affrontare nel breve periodo. Tutte le recenti crisi economiche sono state effettivamente accompagnate da riduzioni delle emissioni inquinanti, come in questo caso, ma ogni volta si è trattato di un calo nel breve periodo, mentre la ripresa ha generato poi un aumento ancora più rapido e vertiginoso che nei periodi precedenti le crisi. Ma come evitare che anche questa volta sia una “occasione mancata”?. “Never Waste a Crisis” è il titolo di un articolo scritto da Phoebe Koundouri, professoressa di Sviluppo Sostenibile dell’Università di Atene, che mostra le potenzialità offerte dalla crisi per attuare finalemente la transizione ecologica, migliorando la resilienza economica e ambientale, creando posti di lavoro e accrescendo la salute e il benessere delle comunità, sia rurali sia urbane.



 

T'IMMAGINI SE

Una famiglia viaggiante quella di Stefano Unterthiner che documenta attraverso il suo lavoro di fotografo e documentarista ciò che sta accadendo nell’Artico, luogo dove i mutamenti climatici si stanno manifestando più rapidamente che in qualunque altra regione del pianeta
Arka Kinari è un palcoscenico in navigazione e multimediale, che unisce il linguaggio cinematografico e quello musicale per immaginare una alternativa alla carbon economy e una nuova presa di coscienza verso l'ultimo e il più grande bene comune del pianeta, il Mare. Il progetto è la creazione di Grey Filastine & Nova Ruth Setyaningtyas.





 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE


Voices & Borders | Unlock Imagination
Festival estivo di arti performative. Musica, pratiche di movimento, danza, teatro e poesia. Dal lockdown alla liberazione degli immaginari.
Dal 3 luglio al 1 agosto 2020


Sperimentazioni sul violoncello, pratiche di Tai Chi e Qi Gong, danze di suoni con gong e campane tibetane, viaggi musicali con pianoforte e chitarra classica, piccoli esercizi di disperazione e felicità, concerti di musica classica per bambini e famiglie, training teatrali per ritrovarsi dopo mesi di lontananza, lezioni sul gesto ispirate a capolavori dell’arte moderna. E infine, gran finale, un rituale di saluto (e salute) collettivo per ritrovarsi cittadini. Non poteva mancare, dopo mesi di sopravvivenza a una reclusione soprattutto interiore, la nuova edizione di Voices & Borders, il festival estivo di arti performative di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli che quest’anno, con il titolo ‘Unlock imagination’, vuole essere una grande festa per celebrare la liberazione degli immaginari: ogni venerdì e sabato - dal 3 luglio al 1 agosto – un ricco programma di laboratori e appuntamenti performativi fra teatro, danza, musica e poesia. Da dentro a fuori, in un viaggio simbiotico con la città: gli appuntamenti performativi del venerdì saranno amplificati e diffusi all’esterno, trasformando l’edificio in una cassa di risonanza a cui avvicinarsi. Ogni laboratorio si conclude in un piccolo momento pubblico nella piazza, portando dagli spazi interni della Fondazione Feltrinelli, agli spazi esterni, l’esperienza vissuta per tentare di ricucire gli strappi relazionali e civici di questa emergenza.



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CREDITS


La Newsletter “Corpo a corpo” di questa settimana è stata curata da: Marina Trentin e Anna Pettinaroli
La sezione “T’immagini se” è a cura di: Manuela Barone
Supervisione editoriale: Caterina Croce
Supervisione tecnica: Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico: Good Morning Italia

 






FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341

Questa mail è stata inviata in quanto servizio esplicitamente richiesto al momento della registrazione al sito www.fondazionefeltrinelli.it, ovvero a seguito di precedenti contatti o richieste rivolte alla Fondazione; è possibile interrompere l'invio di queste comunicazioni, cliccando qui.
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