FGF weekend \ La nostra città futura
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RISCRIVERE LA STORIA?

Da Cristoforo Colombo a Indro Montanelli, i moti di protesta suscitati dall’uccisione di George Floyd hanno travolto in tutto il mondo i monumenti collegati allo schiavismo e al colonialismo, aprendo una discussione sull’abbattimento delle statue. In diverse città degli Stati Uniti, i manifestanti del movimento “Black Lives Matter” hanno preso di mira le statue di generali e leader confederati (New York Times). E la speaker della Camera Nancy Pelosi ha chiesto la rimozione dal complesso del Campidoglio dei monumenti della Confederazione che ha definito “tributi all’odio” (Politico). Ma anche in Europa sono stati imbrattati e ricoperti di vernice monumenti e vie dedicate a personaggi europei legati alla storia coloniale. In Francia è stata chiesta la rimozione della statua di Jean-Baptiste Colbert, autore di una raccolta di articoli che disciplinava la vita degli schiavi neri nelle colonie (France24). A Bristol, la statua di Edward Colston, mercante-filantropo arricchitosi con il commercio degli schiavi, è stata abbattuta durante un corteo anti-razzista e poi ripescata nelle acque del porto (Cbs). In Gran Bretagna si è innescato uno scontro tra il primo ministro Boris Johnson e il sindaco di Londra Sadiq Khan, che aveva ordinato la revisione di tutti i monumenti per epurarli dal passato schiavista, decidendo anche di “impacchettare” la statua di Winston Churchill a Westminster per evitare danni (Newsweek). E in Italia il grande dibattito si è innescato intorno alla statua del giornalista Indro Montanelli, che nel 1935 partì volontario nella guerra coloniale di Eritrea voluta da Mussolini e durante il soggiorno africano comprò una giovanissima “moglie” tra i 12 e 14 anni di nome Destà (Avvenire).



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Abbattere o non abbattere?

Se lo è chiesto Benedetta Tobagi su Repubblica: eliminata la statua, esaurita l’emozione del momento, cosa si lascia però a futura memoria delle ragioni della sua rimozione, per contrastare l’ignoranza generale? Meglio contestualizzare e arricchire, invece di abbattere, suggerisce. Le proteste di questi giorni, però, non sono semplice vandalismo, precisa: costringono a discutere e danno alle statue un’imprevedibile nuova vita. Le femministe che hanno imbrattato con vernice fucsia il busto di Montanelli ci hanno indotto a confrontarci con una pagina misconosciuta del colonialismo italiano. Il fatto che ci siano eventi del passato che sembrano riguardarci moltissimo e altri che ci appaiono più distanti non è una questione di cronologia, ma di elaborazione del trauma secondo decorsi soggettivi e culturali che non si possono imporre, ricorda Arnaldo Greco su Rivista Studio. Ma non si può nemmeno imporre di “rimuovere” i pezzi di storia che emergono da un monumento o da una statua. L’abbattimento delle statue – precisa David Bidussa – è un gesto liberatorio, ma deve essere accompagnato da un progetto di riscrittura del patto di cittadinanza. La discussione pubblica sulla statua di Montanelli a Milano, ricorda Bidussa, è proprio l’immagine delle ambiguità con cui abbiamo discusso di fascismo, colonialismo, razzismo finora in Italia. Oltre le polemiche si potrebbe riflettere sull’opportunità di istituire un luogo museale e didattico del colonialismo italiano, in modo che quella storia esca dalla sua condizione di clandestinità ed entri compiutamente nella memoria pubblica. Una memoria – osserva Elena Bissaca – che è esito di processi di trasmissione tutt’altro che neutri: renderli oggetto di dibattito significa allargare il discorso sul passato in direzione di una memoria davvero inclusiva.

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Cos’è una statua (e cosa non è)

Le statue – ha scritto Luca Sofri – tramandano informazioni e messaggi, a patto che siamo consapevoli che sono informazioni e messaggi limitatissimi e superficiali. Se le facciamo diventare persone, vite, storie, prendono complessità che non possono conoscere sintesi e giudizi unici. Siamo capaci di avere questa consapevolezza? Il problema non sarà il processo stesso di “eroizzazione”, si chiede l’esperta di antichità classica Mary Beard? Queste icone – ha scritto Alessandro Portelli sul Manifesto – impongono una sola memoria su tutte le altre, congelano la storia in un passato monumentale. In quanto segni, i monumenti, i nomi, le opere d’arte mutano di senso col mutare dei tempi storici. La memoria non è semplicemente il deposito di un tempo passato, ma una forza attiva nel presente. Guardare quella statua a Columbus Circle con gli occhi degli americani che vogliono abbatterla è, per noi italiani, faticoso: ci impone di riconoscere altri aspetti della nostra identità. E forse, aggiunge, oggi perfino la Colonna Traiana può farci interrogare su come trattiamo quei discendenti dei Daci che vengono in Italia a lavorare, e i loro figli a cui rifiutiamo la cittadinanza. Soprattutto oggi che anche l’Europa e l’Italia cominciano a somigliare alla multietnicità americana, con gli stessi problemi e conflitti. Questi monumenti, ricorda Francesca Coin, non sono solo simboli del passato, ma sono il promemoria quotidiano di un presente razzista, in cui essere neri significa essere disoccupati, incarcerati o malati di più rispetto a tutti gli altri. La lotta iconoclasta sta costringendo la società occidentale a fare i conti con il razzismo strutturale della sua storia. L’analisi pubblica della vita di Montanelli, in questi giorni, non è importante solo in relazione al suo passato, ma per il nostro presente. Perché la nostra legge sulla cittadinanza è una delle più arretrate al mondo; perché le coste italiane sono diventate da troppi anni un cimitero; perché in Italia ci sono braccianti che muoiono ancora carbonizzati nelle campagne (Internazionale).

IL COLONIALISMO SOTTO IL TAPPETO


Le statue, così come sono state messe, si possono anche togliere o dileggiare quando ciò che rappresentano non è più sopportabile. Però, scrive Mariangela Mianiti sul Manifesto, sarebbe un errore fermarsi alla condanna di Montanelli, perché è indice di qualcosa che l’Italia non ha mai voluto riconoscere fino in fondo: la propria storia coloniale. L’Italia ha così poco voluto fare i conti con queste verità che lo storico Angelo Del Boca, quando nel 1965 scrisse per primo dell’uso dei gas tossici in Etiopia, fu sottoposto a una campagna diffamatoria. Si dovette arrivare al 1995, quando il governo Dini aprì gli archivi, per dimostrare che aveva ragione, ma nemmeno allora si è voluto avviare un autentico processo di verità. Nel tempo si è consolidato infatti lo stereotipo che considera gli “italiani, brava gente”, diversi dagli altri europei e portatori di un colonialismo bonario, civilizzatore e costruttore di strade e infrastrutture. Un’immagine che, come ha ribadito Francesco Filippi, è figlia diretta della propaganda fascista presa come affidabile fonte di informazione storica. Tutto questo ha avuto e continua ad avere grande effetto su diverse generazioni di italiani e sul loro modo di immaginare e rapportarsi con le persone di provenienza extraeuropea (LaStoriaTutta). Lo ricorda bene Igiaba Scego nel testo contenuto in “Politica della violenza”. Gli italiani, scrive, hanno nascosto sotto il tappeto il colonialismo e il suo carico di menzogne, stereotipi e razzismo. Per rovesciare davvero quella violenza, che si estende fino ad oggi – dice – c’è bisogno di conoscenza, riportando a galla le storie scomode, i delitti a sfondo razziale e l’esclusione ancora attuale di larghe fette di popolazione.

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Alla ricerca di una memoria condivisa

 Ecco perché ognuna delle operazioni definite sbrigativamente “vandaliche” forse andrebbe vista anche per il contributo che dà, oggi, all’interpretazione del passato, anche quello con cui non abbiamo ancora fatto i conti. La bandiera della Repubblica democratica del Congo che sventola su Leopoldo II ci dice qualcosa di preciso: il valoroso eroe della patria belga in Congo compì una carneficina e il Belgio del 2020 non può ignorarlo. La storia non si può cancellare, ma è materia viva ed è un bene che tutti possano contribuire alla sua interpretazione, svelando i tratti “meno nobili” di figure storiche erette a monumenti (Wired). La lotta contro le statue, intese come simbolo di un passato (e un presente) di oppressione e razzismo, d’altronde, non è una novità e parla della necessità di elaborare una narrazione condivisa (Le Monde). È una guerra di simboli, per niente indolore. E il senso è riassunto in modo efficace e involontario proprio sulla targa posta sotto la statua del generale Lee in Virginia, che il governatore ha deciso di rimuovere: “Un popolo scolpisce la propria immagine nei monumenti dei grandi uomini”. La questione è tutta qui: occorre stabilire quale sia il “popolo”, di chi sia “l’immagine” e quali siano questi “grandi uomini” – senza dimenticare le donne. Non si tratta solo di una disputa tra storici, ma di una frattura che riguarda il presente, chiama in causa la politica e racconta più che altro le disuguaglianze nella società e la sperequazione del potere (Linkiesta).

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La storia per intero

 Lo storico Vincenzo Trione, professore allo Iulm, sostiene che le opere razziste più che abbattute andrebbero “studiate e sfidate”. Le nostre città, dice, “sono dei libri di storia: possiamo scegliere di cambiarle” (FanPage).Un’idea arriva da Bolzano, dove sulla locale Casa del Fascio, sopra il motto “Credere obbedire combattere”, appare una scritta luminosa di di Hannah Arendt: “Nessuno ha il diritto di obbedire” (Globalist). Banksy in questi giorni ha suggerito di non eliminare la statua dello schiavista Colston a Bristol, ma di completarla immortalando il gesto del suo abbattimento (Cnn), facendo evolvere così il suo significato. E colpisce anche la soluzione proposta dai Sentinelli di Milano, i primi a chiedere al sindaco Sala la rimozione della statua di Montanelli, di affiancare a quella del giornalista la statua di Destà, la sposa bambina costretta a sposarlo durante la guerra d’Etiopia. “In questo modo chi passa da lì potrebbe ragionare in maniera più compiuta sulla vita di Montanelli”, ha detto il portavoce Luca Paladini (Adnkronos). “Occorre parlarne con calma e proporre una statua che ricordi il sacrificio quotidiano di tante spose bambine, tante piccole schiave”, scrive Tiziana Ferrario. Lo street artist Ozmo ha già dedicato una sua opera a Destà su un muro di Milano. Ma manca ancora un omaggio alle donne sui muri e nelle piazze delle nostre città (Articolo 21). Passeggiando per le nostre città, scrive la storica Elisabetta Salvini sull’HuffPost, nulla o quasi ci parla delle nostre antenate, della loro storia, delle loro imprese. Non pretendiamo di cancellare la storia, conclude, “ma esigiamo che ci venga raccontata per intero”.



 

T'IMMAGINI SE

Del colonialismo italiano ci parla la performance teatrale Acqua di Colonia di Frosini e Timpano che racconta una storia rimossa e negata, che dura 60 anni e inizia nell’Ottocento, ma che nell’immaginario comune si riduce ai cinque anni dell’Impero Fascista. È acqua passata, acqua di colonia, cosa c’entra col presente?
Sulla decolonizzazione dell'arte e sulla forza sociale e politica della danza, si concentra la ricerca artistica della coreografa Amanda Piña.Con Dance & Resistance l'artista si concentra su danze rituali che richiamano performance bandite o distorte nella loro rappresentazione per assecondare gli scopi della colonizzazione. L'opera che è parte della serie Endagered Human, si interroga sul potenziale di resistenza del corpo allo sfruttamento nelle sue molteplici forme, legate anche agli effetti di un crescente impoverimento delle risorse naturali del pianeta e delle culture in pericolo di estinzione.



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Alla vigilia dei 40 anni della strage di Ustica
81 brevi racconti e altrettanti disegni interrotti dalle immagini di resti del velivolo di linea IH870, partito da Bologna e diretto a Palermo precipitato nelle acque del mare di Ustica il 27 giugno del 1980.  "Allo stesso tempo" è una installazione e performance di  Giuseppe De Mattia  realizzata su commissione del Museo della Memoria di Ustica ed in collaborazione con il Mambo, che esplora il dialogo tra tempo e memoria dove la rottura e il trauma contemplano i rimossi.



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Giuseppe De Mattia, Allo stesso tempo, disegni





 

CONSIGLI DI LETTURA

Politica della violenza
Di Christian Raimo, Igiaba Scego, Matteo Albanese, Anna Simone

Un Paese sempre più disgregato, impaurito, aggrappato a un’idea di mondo che è – spesso – ripiegamento nostalgico. Un senso di rabbia e di sfiducia che trova sponde fertili in linguaggi e culture politiche che flirtano con la violenza. Sessismo, razzismo, culto della Nazione che riesplode nel pieno dello smantellamento dello Stato sociale. Il nesso tra politica e violenza viene fotografato da quattro interpreti del nostro tempo, alla ricerca degli anticorpi che ci consentono di riscoprire il legame sociale.



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CREDITS


La Newsletter “Storia viva” di questa settimana è stata curata da: Luigi Vergallo e David Bidussa
La sezione “T’immagini se” è a cura di: Manuela Barone
Supervisione editoriale: Caterina Croce
Supervisione tecnica: Andrea Montervino
Coordinamento giornalistico: Good Morning Italia

 


FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341

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