FGF weekend \ La nostra città futura
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Ripartiamo?

Dopo circa 50 giorni di lockdown, l’Italia si prepara finalmente ad affrontare la Fase 2, la fase di convivenza con il virus, come l’ha definita Giuseppe Conte durante la conferenza stampa del 26 aprile volta ad illustrare il decreto con cui il Governo stabilisce le misure attive per contenere la diffusione del virus, con validità a partire dal 4 maggio. Si tratterà, come già preannunciato nelle scorse settimane, di un ritorno alla normalità che avverrà gradualmente, con aperture parziali e forme mirate di controllo su popolazioni e imprese. La conferenza stampa chiude una settimana che ha visto i discorsi sulla pandemia e sulla fine del lockdown intrecciarsi a quelli relativi al cambiamento climatico e alla salvaguardia del pianeta. Il 22 aprile è stato celebrato il cinquantesimo anniversario dell’Earth Day, la Giornata Mondiale della Terra, che in condizioni normali avrebbe dovuto svolgersi con manifestazioni in 193 Paesi, organizzate da 75.000 soggetti aderenti tra organizzazioni di cittadinanza attiva, privati e amministrazioni pubbliche, ma che invece si è spostata online, attraverso dirette streaming di incontri, dibattiti e musica con le quali ripensare a come salvaguardare il Pianeta e le sue risorse (La Repubblica). Quest’anno all’Italia è toccato il compito di aprire le celebrazioni mondiali, dedicandole a Papa Francesco in occasione del quinto anniversario della sua Enciclica Laudato Sì (Vatican News).


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Oggi più che mai, la Giornata della Terra appare di grande attualità. “I principali problemi del nostro tempo sono tutti interconnessi e interdipendenti, sono problemi sistemici che richiedono soluzioni sistemiche”; così afferma Fritjor Capra, fisico austriaco, fondatore del Centre for Ecoliteracy a Berkeley nonché “guru” del pensiero ecologico, in una recente intervista per Il Manifesto. In un periodo di totale incertezza, ciò che è sicuro è che il mondo post-coronavirus sarà un mondo diverso: citando il titolo di un interessante studio pubblicato per Nesta, in cui vengono analizzati in sintesi vari ambiti disciplinari che cambieranno profondamente in seguito alla pandemia, There will be no back to normal. C’è chi sostiene, come Jean-Yves Le Drian, ministro degli esteri francese, in una recente intervista comparsa su Le Monde, che il mondo potrebbe cambiare in peggio: ma crainte c’est que le monde d’aprés ressemble au monde d’avant mais en pire. Nella visione di Le Drian, la pandemia non farebbe altro che esacerbare le più pericolose fratture che attraversano il pianeta, in particolare la rivalità tra Cina e Stati Uniti, mettendo a rischio l’Europa e tutte le forme di multilateralismo. Ma non mancano coloro che sostengono che l’epidemia possa trasformarsi in occasione per rivedere il nostro attuale modello di sviluppo e le nostre abitudini di consumo in un’ottica di giustizia sociale e sostenibilità (Social Europe).





 


Covid-19: quali rischi per il Pianeta?

Se a prima vista, come quando sono circolate le immagini satellitari che mostravano l’impressionante riduzione di emissioni inquinanti provocata dagli effetti del nuovo virus in Cina, diffuse anche dal The Guardian a fine marzo, l’emergenza Coronavirus può apparire come una buona notizia almeno per il clima, uno sguardo più attento non può fare a meno di osservare che le cose non stanno proprio così, soprattutto se si guarda oltre il breve periodo (Fondazione Feltrinelli).



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Come affermato in un recente articolo del World Economic Forum, è vero che il coronavirus potrebbe generare il più importante calo delle emissioni inquinanti nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, ma è altrettanto vero che si tratterebbe ad ogni modo di un calo di breve durata. Non possiamo infatti ignorare l’eredità delle crisi precedenti, come ci suggerisce Glen Peters, Direttore del Centro per la Ricerca sul Clima e l’Ambiente di Oslo: se è vero che tutte le recenti crisi economiche, dagli shock petroliferi degli anni settanta, al crollo del blocco sovietico, fino alla crisi finanziaria asiatica degli anni novanta, hanno rappresentato gli unici momenti nella storia recente dell’umanità in cui la crescita costante delle emissioni inquinanti si è interrotta, è altrettanto vero, tuttavia, che si è sempre trattato di un calo nel breve periodo, mentre i successivi momenti di ripresa hanno generato un aumento ancora più vertiginoso che nei periodi antecedenti le crisi. Nel fronteggiare una crisi come quella attuale, si corre il rischio che tanto i governi quanto le imprese mettano da parte le politiche di investimento “green” già programmate da tempo per dedicarsi a questioni considerate più urgenti per affrontare lo stato emergenziale (Brookings). Oltre a perdere la priorità acquisita all’interno delle varie agende politiche, i cosiddetti investimenti verdi rischiano di risultare improvvisamente come non convenienti dal punto di vista economico: l’esempio in questo senso più significativo è sicuramente quello relativo al mercato delle auto elettriche che, secondo le stime della società britannica Wood Mackenzie, subirà un calo vertiginoso nei prossimi mesi, scendendo dalle 2,2 milioni di unità del 2019 a 1,3 milioni di quest’anno e flettendo del 43%.



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A influenzare negativamente il settore della mobilità elettrica sarebbero il calo del prezzo del petrolio che, riflettendosi sui costi dei carburanti rende ancora più “antieconomico” il passaggio all’elettrico soprattutto per percorrenze annue non elevate, e soprattutto l’incertezza economica generalizzata legata alla crisi globale. Non dimentichiamo inoltre il fatto che, a causa dell’epidemia, le strategie condivise per la lotta alla crisi climatica dovranno attendere (La Repubblica). Molte delle più importanti conferenze sul clima verranno infatti posticipate, con il rischio di posticiparne di conseguenza anche gli obiettivi: il 1 aprile l’UNFCCC ha confermato ufficialmente ciò che nell’ultimo periodo già si sospettava, ovvero la posticipazione di circa sei mesi della COP26 che si sarebbe dovuta tenere a Glasgow il prossimo novembre e in generale l’agenda politica di quest’anno, ricca di negoziati ed eventi sul cambiamento climatico, la biodiversità e gli oceani, potrebbe subire altre modifiche, dalla Cop 15 sulla biodiversità a Kunming, in ottobre, ai negoziati sugli oceani delle Nazioni Unite di Lisbona, a giugno (LifeGate).





 


Ricominciamo Bene?


Ricominciamo bene è il titolo del numero di Internazionale del 4 aprile, che riprende l’articolo pubblicato da Leslie Hook e Aleksandra Wisniewska per il Financial Times: la tesi di fondo è che, in definitiva, l’impatto complessivo del virus sul cambiamento climatico sarà determinato dal tipo di provvedimenti che saranno adottati per stimolare l’economia nel mondo dopo la pandemia e il messaggio chiave, riportato da Nicholas Stern, presidente dell’Istituto di ricerca di Grantham, è che tutta questa faccenda ci ha insegnato che cambiare è possibile e che i valori e le priorità stanno già cambiando. In effetti, la più grande lezione che ci impartisce il Coronavirus è forse anche la più sorprendente: è stato infatti provato che, in poche settimane, è possibile sospendere, in qualsiasi parte del mondo e allo stesso tempo, un sistema economico a detta di tutti impossibile da rallentare o redirezionare. A tutti gli argomenti degli ambientalisti sul cambiamento dei nostri stili di vita, si rispondeva sempre con l’argomento della forza irreversibile del “treno del progresso” che niente poteva far deragliare “a causa”, si diceva, “della globalizzazione”. Tuttavia, è proprio la sua natura globale che rende così fragile questo sviluppo, capace invece di frenare e poi fermarsi improvvisamente (Antinomie). In questo senso, la crisi che stiamo vivendo può essere colta come opportunità di cambiare in breve tempo le coordinate dei nostri modelli di produzione e consumo riorientando le risorse economiche in una direzione dove scienza, economia e politica concorrano a strutturare una società capace di sostenere tanto il presente quanto il futuro (Climate Foresight); il Green New Deal rappresenta questa possibilità. What the Coronavirus Means for Climate Change è il titolo dell’articolo di Meehan Crist pubblicato dal New York Times: Crist sostiene che nonostante l’impatto di breve periodo degli effetti sulle emissioni, i cambiamenti nelle abitudini e nella percezione delle priorità potranno essere un passo decisivo verso una società sostenibile: il caos creato dalla pandemia offre un’opportunità unica di cambiare la nostra percezione di cosa è possibile. Forse la rottura causata dall’isolamento può aiutarci a capire cosa è davvero essenziale per la società.



 
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Ricominciare dalle città

Se la crisi può dunque condurre a cambiamenti dei comportamenti individuali e delle abitudini di consumo, influenzando il modo in cui lavoriamo, mangiamo e viaggiamo, per avere un effetto positivo sulle emissioni globali i cambiamenti nei consumi devono andare oltre gli individui ed estendersi alle grandi strutture che determinano le nostre vite. Diventa dunque centrale il ruolo delle città e delle pubbliche amministrazioni, che si stanno muovendo per delineare la fase di convivenza con il virus (ISPI). Il primo intervento in questo senso riguarda forse il tema della mobilità e dei trasporti all’interno delle città. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera in data 24 aprile, la Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola de Micheli elenca alcune di quelle che saranno le misure per incentivare scelte modali più sostenibili dal punto di vista sanitario e ambientale: la modifica del codice della strada per consentire l’apertura di piste ciclabili in via transitoria anche solo con segnaletica orizzontale, incentivi per l’acquisto di bici e monopattini, l’abbassamento da 300 a 100 della soglia minima di dipendenti oltre la quale le aziende sono obbligate a dotarsi di un mobility manager. In Italia è particolarmente in evidenza la città di Milano, che con il Sindaco Sala promuove l’idea della task- force di Colao sulle due ruote e punta a soluzioni creative per le ciclabili, tanto da essere citata dal The Guardian e da Greta Thunberg  su Twitter come esempio di città virtuosa in questo senso. Ma non solo in Italia è già iniziato questo processo di immediata trasformazione degli spazi per rispondere alla crisi attuale, denominato tactical urbanism: troviamo esempi analoghi anche in Nuova Zelanda, a Berlino e a Bogotà, dove vengono favorite soluzioni di trasporto pulito che tengano conto delle distanze da mantenere per evitare il contagio anche in futuro: piste ciclabili a doppia lunghezza e corsie pedonali in quello che era lo spazio per le auto.

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Per una visione più ampia di sostenibilità

Il tema della mobilità è solo un esempio di come cittadini e pubbliche amministrazioni si stanno muovendo per creare le condizioni di convivenza con il virus in un’ottica di sostenibilità. Le possibilità sono tuttavia molte e, in definitiva, dobbiamo identificare con chiarezza i confini del mondo che vorremmo ricostruire. Come suggerisce Guido Tonelli, bisogna cogliere l’occasione per costruire un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla conoscenza, l’educazione e la ricerca e basato su una profonda consapevolezza della stretta interdipendenza che collega i vari gruppi nei quali è suddivisa la comunità umana. In questo senso, il concetto di sostenibilità si amplia: in un mondo così strettamente interconnesso, parlare di sostenibilità ambientale non può prescindere da un discorso sulla sostenibilità sociale. Tonelli continua citando Crawford Brough Macpherson, autore canadese che ha coniato il termine individualismo possessivo, una concezione egocentrica dell’individuo portatore di ogni sorta di diritto e che si crede proprietario del mondo; un delirio narcisistico di onnipotenza che ha enormi responsabilità nella tragedia del presente. Ma il mondo devastato dalla pandemia, in cui tutti abbiamo riscoperto il valore fondante della comunità, ha frantumato questo fantomatico individuo. Come sostiene Salvatore Veca, all’interno di una serie di illuminanti riflessioni sulla pandemia, l’attuale crisi ha messo a fuoco la dimensione della nostra vulnerabilità e della nostra fragilità: “noi non siamo i creatori dell’universo, né i pinnacoli della creazione. Noi siamo nello stato contingente dell’essere creature nel senso che il mondo non è in nessun caso nostro”. Una linea di pensiero simile è quella proposta dall’Arcivescoco Vincenzo Paglia, in una recente intervista rilasciata per il Corriere, “Ci salveremo. Non da soli”, in cui parla di un mutamento dell’interconnessione in solidarietà, affermando che viviamo in tempi in cui nessun governo e nessun tipo di comunità scientifica possa considerarsi autoreferenziale: “Alla fine resterà in piedi un solo grande tema, la fraternità universale. Siamo interconnessi. Da me dipendono gli altri, e viceversa. È la lezione di questi giorni”. In definitiva, quello che ne emerge è il concetto di ecologia integrale, una visione che abbraccia nell’idea del “prendersi cura” le altre persone, ma anche l’ambiente e l’habitat. Una visione sistemica secondo la quale la natura, la città, la società umana devono convivere più felicemente, all’altezza delle odierne trasformazioni.





 


CONSIGLI DI LETTURA

Per un modello di sviluppo alternativo. A quarant’anni dal Rapporto Brandt
A cura di Jacopo Perazzoli



A quarant’anni dalla pubblicazione del “Rapporto Brandt”, permane la ragione che spinge la commissione guidata dall’ex cancelliere della Repubblica federale tedesca: individuare un nuovo modello di sviluppo globale capace di coniugare le esigenze dei paesi industrializzati, quelle dei paesi in via di sviluppo, così come di quelli poveri, anche di materie prime. In altri termini, oggi come negli anni Ottanta, si tratta di connettere prospettive differenti con l’obiettivo di individuare una crescita equilibrata. Anche per questo, riscoprire il Rapporto Brandt può diventare un esercizio non agiografico, bensì estremamente utile per gli attori politici e per la sfera pubblica nel suo complesso.



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