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LA SALUTE DEL LAVORO

Il 20 marzo cade l’anniversario della fondazione della Clinica del lavoro: nel 1910, nel pieno dell’industrializzazione italiana, veniva fondata a Milano la struttura sanitaria più antica al mondo dedicata alla prevenzione, diagnosi e cura delle malattie professionali. A volerla fu Luigi Devoto, accademico di Pavia esperto di patologie legate al mondo del lavoro. Rileggere oggi gli scritti di Devoto e quelli dell’imprenditore Silvio Crespi – scrive lo storico Jacopo Perazzoli – serve a ragionare sulla relazione tra salute e contesti produttivi: “discorso valido nel 1910, all’apice dell’industrializzazione italiana, ma anche oggi a fronte delle mutate forme del lavoro che producono condizioni ancora sottovalutate di disagio fisico e mentale. Questi giorni segnati dall’emergenza coronavirus hanno portato infatti alla luce nodi irrisolti, facendo riemergere il dibattito tra il diritto alla salute e quello al lavoro. Dopo i decreti restrittivi del Governo, la decisione di tenere aperte le fabbriche ha portato infatti ad agitazioni e scioperi negli stabilimenti italiani (Messaggero), seguiti poi dalla firma di un nuovo protocollo tra sindacati e Confindustria sulla sicurezza degli operai (Corriere). Ma mentre diverse fabbriche hanno deciso di chiudere gli stabilimenti (Affaritaliani), secondo una stima della Fondazione Di Vittorio, sono ancora 9 milioni quelli che continuano a lavorare, tra sanità, filiera alimentare, trasporti, addetti alle consegne e lavoratori manuali (Rassegna). E le denunce sulla mancanza di mascherine per chi continua a lavorare fuori casa si rincorrono, dai dipendenti di Amazon (Repubblica) agli operatori per la raccolta dei rifiuti (Assoambiente), dagli operatori dei call center (Foglio) fino ai medici e agli infermieri (Huffington Post).



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L’ultimo miglio - Il nuovo numero di Wired si ispira alla Divina Commedia per raccontare il lavoro che cambia: nell’Inferno ci sono i nuovi lavori sottopagati e gli scenari negativi della new economy e dalla gig economy; nel Purgatorio i lavori/settori in profonda trasformazione; in Paradiso, i casi di eccellenza, le professioni nuove o migliorate, dagli operai “aumentati” che lavorano in fabbriche intelligenti ai progettisti dello spazio extraterrestre. Tra i meno tutelati, continuano a esserci i cosiddetti last mile worker, i lavoratori dell’ultimo miglio, dai rider del food delivery agli addetti di Amazon, che in questi giorni hanno avuto a che fare con l’impennata delle richieste di consegne, spesso senza gli strumenti necessari che garantiscano la sicurezza contro il contagio (L’Espresso). Antonio Casilli, sociologo dell’istituto Télécom Paris, spiega come in un contesto di quarantena questi lavoratori si sono ritrovati a svolgere funzioni di utilità pubblica, senza che però venga riconosciuta la dignità di questo lavoro. Il virus, continua Casilli, smentisce quello che le piattaforme finora hanno detto, sostenendo di non avere lavoratori alle loro dipendenze: “Se tutti i fattorini si ammalano, si bloccano le consegne e non c’è intelligenza artificiale e algoritmo che tenga”, dice. Una presa di coscienza dell’importanza del lavoro umano, che mostra come “il laissez faire degli ultimi anni non può durare più”. E gli scioperi proclamati in diverse città per chiedere mascherine e dispositivi di sicurezza sono un campanello d’allarme (Open).



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 Interrogarsi sul lavoro

  Mentre in questi giorni il mondo si divide quindi tra chi resta a casa, magari in smart working, e chi non può farlo, ci si chiede anche come sarà il lavoro una volta terminata l’emergenza, scrive Francesco Seghezzi sul Foglio. Tra alcune luci: la possibilità per esempio di portare a emersione il lavoro di cura, spesso non riconosciuto come tale e decisivo ora che vengono meno gli aiuti esterni; e alcune ombre, tra cui la solitudine di un lavoro da remoto cui viene meno la componente relazionale. Il lavoro si rivela un fattore chiave tanto dell’identità professionale, quanto della socialità: per questo oggi la relazione tra clinica e patologie professionali va pensata anche a partire dal portato psicologico del non-lavoro. Tra i più colpiti ci sono i giovani, osserva la psicologa Katia Provantini, che riflette sul senso di disvalore di sfiducia che colpisce milioni di Neet che non vedono un futuro davanti a sé. All’estremo opposto, l’allarme della diffusione della dipendenza da lavoro (workhaolism) soprattutto tra i più giovani, con il sempre più diffuso rischi di burnout, arriva ormai da più parti (West Central Tribune). Ma proprio in un momento di sospensione, come quello che stiamo vivendo a causa dell’emergenza sanitaria, potremo progettare insieme un mondo migliore per il lavoro e per la sanità che parta anche dalla rivendicazione del benessere tutti (Civicolab).

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Una lunga storia

  Il Sistema Sanitario Nazionale – fortemente voluto dall’allora Ministro della Sanità, la partigiana Tina Anselmi – venne istituito nel 1978 e insieme ai servizi di igiene mentale e ai consultori pubblici è espressione di un progetto democratico la cui posta è in gioco è il ruolo dello Stato nella tutela del benessere fisico e psicologico dei suoi cittadini (The Vision). Senza fare distinzioni di alcun tipo, offrendo così un argine alle diseguaglianze che oggi sembrano riesplodere, come osserva l'epidemiologa Kate Pickett. Negli anni Settanta – scrive Norma Rangeri sul Manifesto – nelle esperienze dei consigli di fabbrica e di zona, la salute rappresentò proprio il pilastro delle lotte operaie e sindacali, con lo sviluppo della nuova branca della medicina del lavoro, guidata da personalità come Giulio Maccacaro, con la nascita di Medicina democratica. Il diritto alla salute, come “bene fondamentale individuale e interesse collettivo”, fu quindi un punto di convergenza in Italia per la saldatura delle lotte studentesche con il movimento di rivendicazione di operai, ricercatori e operatori sanitari che si interrogavano sulla responsabilità della scienza nel perpetuare o sanare le ingiustizie. Medicina Democratica, costituita a Bologna nel maggio del 1976, nacque proprio dall’unione delle lotte per la salute degli operai. Come si legge negli scritti di Giulio Maccacaro, si trattò di un impegno culturale e politico di ampio respiro che ribadisce la connotazione solidaristica della medicina come ricerca e assistenza, che necessita tanto di rigore scientifico quanto di rigore etico. E mai come in queste settimane di emergenza, con gli ospedali in affanno, è apparsa chiara la correlazione che quel movimento svelava fra due punti fermi: la salute e la democrazia (Gli Asini).

 


CONSIGLI DI LETTURA

Lavoro apolide
Renata Semenza e Anna Mori
Con una prefazione di Sergio Bologna



Freelance, partite Iva, lavoratori creativi e cognitivi. Sono il simbolo del lavoro divenuto “apolide”, senza cittadinanza né riconoscimento giuridico. Sono i professionisti autonomi, figure chiave del capitalismo snello postindustriale. A partire da un progetto di ricerca europeo che in chiave comparata ha preso in esame la qualità del lavoro autonomo tra i Paesi dell’Unione, Renata Semenza e Anna Mori fotografano il nuovo lavoro, sospeso tra professionismo e precarietà, indipendenza e mancanza di tutele, solitudine ma anche capacità di farsi portatore di nuove domande di rappresentanza collettiva.



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