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PARADOSSI DELLA LIBERTÀ

Nei giorni in cui l’Italia è alle prese con l’epidemia da coronavirus, sono emersi due atteggiamenti. Da una parte si chiedevano alle istituzioni indicazioni chiare sui comportamenti da tenere; dall’altra per giorni in tanti non hanno rinunciato ad affollare i luoghi di ritrovo, non osservando le raccomandazioni governative contro gli assembramenti (Wired). Abbiamo assistito alla “fuga” dal Nord, non appena si è avuta notizia dell’allargamento della zona rossa – come racconta il “Diario virale” di Wu Ming – e al campionato di calcio che per giorni è andato avanti a porte chiuse (Repubblica). I decreti emanati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno alla fine limitato drasticamente la libertà di movimento e la socialità di tutti (AgiCorriere). E in questi giorni in cui domina l’hashtag #iorestoacasa (Salute.gov), ciascuno di noi è stato costretto a cambiare le proprie abitudini quotidiane, riducendo al minimo i contatti sociali e gli spostamenti. Misure ricordate con forza anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un inconsueto messaggio televisivo alla Nazione. Ci siamo ritrovati così a essere come soldati semplici, armati di gel disinfettanti e di buon senso, intenti a combattere una battaglia privata e collettiva, scrive il Corriere. In Cina i contagi stanno diminuendo, ma questo è il risultato di una politica dura fin dal primo momento. L’Italia, a differenza della Cina, è una democrazia. E prima di chiudere milioni di persone in casa, ci abbiamo pensato bene. Proprio per questo, ora la battaglia è democraticamente di tutti.



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Democrazia virale  - La domanda che si sono fatti in tanti in questi giorni, però, è se affrontare il coronavirus sia compatibile con la democrazia occidentale. Il giudizio positivo della propaganda del Partito comunista cinese riflette d’altronde quello degli esperti dell’Oms nel report “WHO-China Joint Mission”: il modello Wuhan è vincente. Gli stati occidentali saranno in grado di farlo senza introdurre la legge marziale? C’è chi continua ad avere fiducia, come il ministro della Salute Roberto Speranza, che in tv dichiara: “Non vogliamo puntare sulle sanzioni, ma sul senso civico degli italiani per vincere questa emergenza” (Wired). E Paesi europei che ancora faticano ad applicare limitazioni come quelle italiane (Linkiesta). Ma molti medici, scienziati e opinion leader oggi sono pronti a dire che bisognava prima – e quindi bisognerà a maggior ragione dopo – “fare come la Cina”. Ma noi – italiani, tedeschi, francesi, statunitensi e lato sensu democratici – non possiamo pensare a politiche pubbliche in cui i numeri rilevanti siano solo i contagiati e i morti da Covid-19, e non anche tutti gli altri cittadini malati o sani, la cui vita, salute, sussistenza deve entrare nel calcolo. Non perché “noi” a differenza dei cinesi siamo viziati dalla democrazia, ma perché questa uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (e anche davanti alle leggi di emergenza) è la “nostra” legge, osserva Carmelo Palma su Stradeonline. Su questi temi ascolta il videomessaggio di Nadia Urbinati della Columbia University.



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 Modello Italia?

Esiste però una “terza via” tra il “fare come se niente fosse” o il “fare come la Cina”. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai sul sito di Famiglia Cristiana ha richiamato i ragazzi italiani al senso di responsabilità. “Vivrete in uno spazio limitato, confinato. E dovrete starci. Non solo perché ve lo chiede la legge, ma perché ve lo chiede la stessa vita”, appellandosi al rispetto della salute dei genitori e dei nonni oltre che del lavoro enorme che sta compiendo il personale sanitario. “Possiamo limitare la diffusione del contagio, diventando responsabili. E limitando la nostra zona di libertà personale”.Se vogliamo limitare il numero dei morti, dovremo rinunciare, per almeno qualche settimana, a una parte delle nostre libertà e, probabilmente, anche a una frazione di ciò che siamo abituati a pensare come parte integrante della democrazia, sottolinea il sociologo Luca Ricolfi sul sito della Fondazione Hume. Una democrazia come l’Italia deve mantenere l’equilibrio tra stato di necessità e diritto di libertà anche ai tempi di un’emergenza come quella attuale, ha commentato il Frankfurter Allgemeine Zeitung. Per questo motivo, continua il quotidiano tedesco, “gli occhi di tutti sono rivolti all’Italia”, perché il modo in cui affronterà il coronavirus sarà “una lezione per gli altri Stati”.

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Un nuovo patriottismo

Quella che ormai l’Oms ha definito come una pandemia è diventata una sorta di stress test relativo al carattere del Paese, alla tenuta delle nostre istituzioni e della nostra società, scrive Il Foglio. “La solidarietà fra cittadini è la leva del governo contro il virus. Ma chiederla solo per decreto non funzionerebbe”, spiega il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick al Manifesto. “Per combattere il contagio ci serve il senso di cittadinanza, l’utopia dei beni comuni”, dice. “E la città è una delle prime forme di bene comune. Per affrontare il momento eccezionale, ciascuno dovrà pagare qualcosa. Per uscirne tutti insieme”. La domanda è: siamo tutti disposti a rinunciare alle nostre libertà per il bene comune? È un interrogativo che attraversa la storia dell’umanità e chiama in causa l’obbedienza come “delega in bianco” e la responsabilità come sottoscrizione di un patto di convivenza: se oggi decidiamo di stare alle regole, osserva David Bidussa, non si tratta di una scelta ideologica, ma della sottoscrizione di un vincolo che non ci esonererà dal farci domande, dall’esercitare la critica, dal capire e non solo dall’eseguire.

 



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