FGF weekend \ La nostra città futura
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IL PARADOSSO DEI CONFINI

“I virus non hanno frontiere di nessuna natura e quindi c’è bisogno di un grande coordinamento di natura internazionale”, ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza (Corriere). “Ora che il piccolo virus, ignaro o incurante di confini regolati da trattati, demarcati da limiti geografici e persino da muri, fa quello che un virus fa per sua natura, girare il mondo intero come il vento, ci accorgiamo che vacillano certezze che sembravano incrollabili e che l’altro siamo noi” ha osservato Pietro Pietrini (Avvenire). Ma quanto regge il paragone in queste ore in cui riesplode la crisi migratoria? Dopo l’apertura del confine turco da parte del presidente Erdogan, migliaia di migranti si sono riversati alla frontiera con la Grecia, dove le autorità stanno respingendo gli arrivi con la violenza (Repubblica). Sulle isole greche, dove già migliaia di profughi erano trattenuti in condizioni disumane (Globalproject), sono ripresi gli sbarchi, respinti con forza dalla guardia costiera. E a Lesbo i gruppi di ultradestra hanno aggredito profughi, attivisti e giornalisti (Manifesto). L’esternalizzazione delle frontiere, con l’accordo firmato da Ue e Turchia nel 2016, che ha affidato ad Ankara la gestione dei flussi di profughi, ha portato in questi anni il Vecchio Continente a essere più volte ricattabile da parte di Erdogan. Dopo l’ondata migratoria del 2015, l’Europa divisa non ha saputo definire una politica comune e si trova costretta a gestire una situazione che ha lasciato degenerare (Internazionale).



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 Quando riguarda noi

 Ora, dopo che nel nostro Paese si sono moltiplicati i contagi da coronavirus, diversi Paesi hanno chiuso i voli da e per l’Italia (Corriere) e le navi da crociera con a bordo turisti italiani non sono state fatte attraccare in diverse parti del mondo (Messaggero). All’inizio dell’emergenza, a finire nel mirino in Italia era stata la comunità cinese, con i politici di destra che hanno chiesto subito di chiudere le frontiere di “aria, terra e mare”. Ma ora lo stigma colpisce gli italiani, che stanno sperimentando il rifiuto di chi chiude porti e aeroporti, e in tanti rinunciano a viaggiare. “Se gli italiani che stavano andando in vacanza alle Mauritius si sono sentiti ‘trattati come un pacco’, pensate un po’ come si debbano sentire oggi quegli esseri umani che troppe volte vengono rimpallati da un porto all’altro, dopo aver rischiato la propria vita in mezzo al mar Mediterraneo”, ricorda Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana (Huffington Post). Forse, allora, è arrivato il momento di riflettere sulle dichiarazioni fatte in questi anni sui migranti in fuga. Ora che anche noi abbiamo svuotato i supermercati, litigato in farmacia per una mascherina, magari possiamo capire meglio perché non c’è blocco che possa fermare qualcuno che teme per la sua vita e quella della sua famiglia (Linkiesta).

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Geopolitica del virus

La diffusione del coronavirus ha reso chiaro quanto sia debole la politica dei confini e delle frontiere chiuse. Il Covid-19 “si fa beffa del sovranismo d’eccezione, che vorrebbe grottescamente profittarne. Sfugge, glissa, passa oltre, varca i confini”, ha scritto Donatella Di Cesare sul Manifesto. Il virus ci sta cambiando, spiega Ugo Tramballi, Ispi senior advisor. La sua diffusione cambierà il già fragile sistema internazionale e le dinamiche interne di ogni Paese (Ispi). Ma perché nel caso delle limitazioni alla libertà di movimento dovuta al coronavirus in molti si stanno chiedendo se ci si trovi di fronte a una messa in discussione della globalizzazione, mentre le frontiere chiuse ai profughi non hanno mai suscitato tale domanda? Di che globalizzazione stiamo parlando?”, si chiede Andrea Califano. L’epidemia oggi ci mostra come l’interdipendenza globale sia essa stessa fonte di nuovi problemi e, allo stesso tempo, l’unica possibile soluzione, spiega Niccolò Donati, ricercatore per l’Osservatorio sulla Democrazia di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Se la politica populista, davanti a fenomeni complessi, cerca la soluzione più intuitiva, ovvero chiudere le porte cittadine, individuare gli untori, cercando in questo modo di tenere il “male” fuori dalla comunità, di ricostruire i margini che globalizzazione e integrazione dei mercati hanno spazzato via, emerge invece come soltanto la comunità allargata, la solidarietà, la cooperazione internazionale tra scienziati, può disporre delle risorse cognitive, scientifiche e organizzative per farvi fronte e trovare una soluzione. Centri di ricerca e autorità sanitarie hanno da subito, infatti, cercato di coordinarsi per trovare una soluzione medica all’emergenza.



 

I CONFINI TRA NOI E LORO

Come siamo arrivati, allora, alla chiusura delle frontiere? Perché le principali democrazie liberali, dagli Stati Uniti all’Italia, dal Regno Unito alla Germania, hanno abdicato ai principi base dei diritti umani, violando il diritto internazionale, creando centri di detenzione per i migranti o permettendo che venissero respinti nelle strutture libiche o turche? Se lo chiede la filosofa Seyla Benhabib, spiegando come i migranti, nelle nostre società, siano diventati la quintessenza dell’“altro” da tenere lontano. Questo è accaduto perché le conseguenze dei flussi di migranti si sono fatte sentire a livello locale, proprio mentre gli Stati hanno ridotto i propri servizi pubblici di welfare o li hanno affidati al settore privato. Questo senso di abbandono da parte dello Stato ha aggravato la paura della parte più vulnerabile della popolazione di ritrovarsi nella stessa situazione dello straniero indesiderato. Una paura che in questi anni è stata cavalcata come strumento di consenso, illudendoci di poterla contenere tracciando nuovi confini mediterranei ed europei, stringendo accordi con la Libia e la Turchia (Nuove Radici). Dopo un decennio di controllo serrato della mobilità umana, l’Italia e l’Unione europea sono oggi di fronte a una grande emergenza sanitaria che potrebbe spingere a posizioni di chiusura ancora maggiore. L’unica speranza per questo continente e per i suoi abitanti è costituita invece da un pieno recupero dei valori base dello stato democratico, a partire dal principio di solidarietà (Pressenza).



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Liberi di muoversi -   Il diritto alla mobilità, spiega il regista Andrea Segre, “è quella cosa che dovrebbe garantire a ogni essere umano di potersi muovere per cercare quello che lui reputa un luogo, una vita, più felice. È impensabile toglierlo a una parte dell’umanità e darlo solo a una parte”. Ma, aggiunge, “lottare per il diritto alla mobilità ha a che fare con il miglioramento della giustizia di tutti, non solo con i diritti di alcuni”. Ecco perché, quello che i migranti stanno facendo in maniera istintiva è connesso al diritto di muoversi per tutti. Robin Celikates ricorda quando i migranti irregolari, poi ribattezzati sans papier, nel 1996 occuparono la chiesa di San Bernardo a Parigi, mettendo insieme due questioni rimaste fino ad allora distinte: migrazione e disobbedienza. I sans papier diventarono così parte attiva della politica democratica, portando a un ripensamento della concezione di cittadinanza non come status, ma come pratica collettiva transnazionale. Una forma di disobbedienza che si ripete oggi e che – spiega – “ci fa ripensare la migrazione irregolare come il prodotto illegittimo di un regime globale dei confini e come una forma di protesta contro tale sistema”. I confini, in questo senso, possono essere anche reinterpretati, osserva Luca Gaeta del Politecnico di Milano: generalmente visti come un dispositivo di intralcio alla circolazione, i confini sono connaturati al movimento e vengono continuamente ridisegnati dalle pratiche del quotidiano






 



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