No-global \ FGF weekend
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VOCI DALLE PIAZZE

Era il 30 novembre del 1999. Vent’anni fa, a Seattle, iniziavano i lavori dell’Organizzazione mondiale del commercio, mentre fuori andavano in scena le proteste da cui poi nacque il movimento no-global, che chiedeva un mondo più equo, giusto e solidale, in contrapposizione al sistema economico liberista (CommonDreams). Quelle leggendarie proteste – a cui la polizia rispose con spray urticanti e gas lacrimogeni – e i temi che emersero, scrive The American Prospect, fanno oggi da modello per un nuovo e necessario movimento fondato sul binomio lavoro-ambiente che chieda giustizia sociale e climatica. Se dopo “i fatti di Genova”, con il violento intervento della polizia, il popolo di Seattle cominciò a disperdersi, il movimento no-global non scomparve mai del tutto, racconta Massimiliano Livi dell’Universität Trier. Quella critica al modello capitalistico si ritrova oggi nel Friday for Future di Greta Thunberg, ma anche nelle proteste in corso da Hong Kong al Cile, dove le rivolte contro corruzione e austerità contengono spesso una dura critica al capitalismo e ai suoi sistemi di produzione.

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Agenda No-global

Nelle strade di Seattle si contestava lo strapotere delle multinazionali e la polarizzazione della ricchezza. Le critiche erano rivolte alla globalizzazione lasciata nelle mani del mercato e delle grandi corporation, che delocalizzavano per ridurre i costi della manodopera e rafforzavano i monopoli (Globalresearch). Suzanne Berger, professoressa del Mit, spiega come, al contrario di quanto accadde tra il 1870 e il 1914, la globalizzazione dalla fine degli anni Ottanta in poi non è stata accompagnata da riforme sociali, del lavoro ed economiche in grado di renderla sostenibile. Senza una guida, il neoliberismo su scala globale ha scardinato gli equilibri di “un capitalismo democraticamente addomesticato”, che fosse capace di coniugare accumulazione e distribuzione sociale, osserva il sociologo Riccardo Emilio Chesta. Ne è conseguito un drastico aumento delle disuguaglianze, divenuto il principale bersaglio polemico di Occupy Wall Street, uno dei movimenti eredi di Seattle, che con lo slogan “Noi siamo il 99%” mise l’accento sui meccanismi di accumulazione della ricchezza e sotto accusa il potere finanziario (Guardian).

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Da Seattle a Genova

 Ma a Seattle, per la prima volta, andò in scena anche la pianificazione del controllo delle manifestazioni di piazza da parte della polizia e quindi delle aree in cui era possibile o vietato manifestare, con la distinzione tra aree rosse e zone libere, scrive Laura Di Fabio. Quella ridefinizione degli spazi pubblici si ritroverà poi in occasione del G8 di Genova del 2001, quando la città venne divisa tra una zona cuscinetto e una zona rossa fortificata, interdetta ai dimostranti. Distinzioni che ancora oggi fanno da scenografia a cortei e sit-in. Dopo i giorni di Genova, in cui si consumò una vera e propria débacle democratica, l’eredità di quei cortei e l’energia di quei manifestanti con fatica sono confluite in un movimento organizzato, si legge nell’ebook G8 GE 2001. La generazione che perse la voce. Che fine ha fatto lo slogan “un altro mondo è possibile?”. Dopo il 2001, scrive il giornalista Danilo De Biasio, “gli slogan che abbiamo sentito più spesso avevano in premessa una negazione: No Nuke, No Tav, No Expo… Per arrivare a un altro slogan propositivo c’è voluto Obama, con il suo ‘Yes, we can’ Ma ci sono voluti sette anni contrassegnati da guerre, terrorismo e crisi economica”.



 

NUOVI CONFLITTI

Ora, vent’anni dopo Seattle e cinquant’anni dopo l’autunno caldo del 1969, un nuovo autunno caldo sembra scuotere varie parti del mondo, scrive Donatella della Porta nella nuova introduzione all’ebook Movimenti sociali e partecipazione democratica. Come spiega la sociologa, “Seattle è ancora attuale”. Il momento di intensa ed estesa contestazione che si vede in questi giorni riprende e adatta infatti le rivendicazioni di giustizia sociale e democrazia articolate dal movimento operaio prima e dai movimenti sociali emersi da Seattle in poi. Da Piazza Tahrir al Cairo a Zuccotti Park a New York fino alle proteste in Libano, si prefigura una diversa concezione di democrazia, coniugando la critica al neoliberismo con la ricerca di paradigmi alternativi e di un’“altra globalizzazione” possibile. È quello che sostiene anche Colin Crouch quando, riflettendo sulla eredità del Sessantotto, spiega come il movimento ambientalista e quello femminista, anche nelle loro declinazioni attuali, nascano proprio dalla critica sessantottina al capitalismo, da quell’invito a pensare un diverso modello di sviluppo.



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Il ritorno dei corpi

 Quello a cui assistiamo in queste settimane, scrive The Economist, è un movimento di protesta globale che copre tutti i continenti: prima di oggi, solo i disordini della fine degli anni Sessanta avevano avuto, appunto, una portata simile. Al tempo della rivoluzione digitale e dell’immateriale, le piazze di questi giorni – comprese quelle delle “sardine” italiane contro il populismo (Agi) – hanno riportato in scena i corpi. Ci hanno ricordato che la politica parte dalla condivisione di uno spazio in comune. Di queste settimane colpisce, infatti, anche il tasso di violenza: gli arresti, i feriti, i morti tra Iran, Hong Kong e Cile. Sia Amnesty International che Human Rights Watch concordano nel denunciare che il principale fattore comune di questo “autunno mondiale” è una repressione estremamente violenta (Euronews). E, in questo quadro, un’inquietudine più amara la producono le violenze subite dalle donne. In relazione alla situazione cilena, Amnesty lancia parla di stupri usati come arma politica per punire le donne manifestanti. Una conferma su quanto siano importanti i messaggi arrivati dalle piazze di tutto il mondo in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre (Bbc).




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CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

Questione catalana e crisi spagnola: per il ciclo Move On - Movimenti, conflitti, bisogni, Fondazione Feltrinelli promuove, mercoledì 4 dicembre alle 18.30 in Viale Pasubio 5 a Milano, l’incontro Catalogna - Spagna: cosa sta succedendo?. Partecipano l’ex Sindaca di Madrid Manuela Carmena; Antoni Bayona, Letrado Mayordel Parlament de Catalunya; Carles Mundó già Consigliere alla Giustizia della Generalitat de Catalunya e Josep Ramoneda, giornalista “EL País”.



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FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
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