Realismo di sinistra \ FGF weekend
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UNA NUOVA AGENDA

Sono passati 60 anni da quando, il 15 novembre del 1959, il partito socialdemocratico tedesco, Spd, ratificava il programma di Bad Godesberg, abbandonando formalmente l’ideologia marxista del capovolgimento rivoluzionario della società e riconoscendo l’economia di mercato, come ricordava Le Monde nel cinquantenario della data. Quel programma, che non rinunciava affatto al governo del capitalismo, avrebbe fatto epoca, tracciando una nuova “agenda” della socialdemocrazia europea, secondo la formula della “concorrenza finché è possibile, programmazione finché è necessario”. Un punto di svolta a cui ancora oggi la socialdemocrazia si rifà, all’interno dell’operazione di rigenerazione ideologica e programmatica che sta vivendo, scrive lo storico Jacopo Perazzoli nell’introduzione all’eBook che Fondazione Feltrinelli ha dedicato al programma di Bad Godesberg. Ed è un segno della sua rilevanza il fatto che a quel congresso guardi anche chi, in questi anni, ha chiesto un drastico ripensamento dell’agenda liberista: una Bad Godesberg alla rovescia in ascolto di disuguaglianze e sofferenze sociali (Il Manifesto).

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Sinistre europee

Il problema, a sinistra, non è solo italiano. La socialdemocrazia fatica a vincere dalla Germania alla Francia, e persino in Svezia. Ma ci sono anche Paesi, come la Danimarca, in cui si continuano a registrare successi. E le migliori speranze arrivano dal Portogallo (Dw), dove il governo socialista di Antonio Costa, appena riconfermato, ha saputo unire crescita economica, azzeramento del deficit e spesa sociale concentrata sulle fasce deboli, combattendo l’evasione fiscale tramite il ricorso alla tecnologia (Linkiesta). In Spagna, intanto, Psoe e Podemos hanno fatto l’accordo per formare un governo di sinistra, ma non hanno la maggioranza (Post), mentre la destra estrema di Vox è diventata la terza forza politica (Euronews). In Gran Bretagna, invece, a prescindere da come andranno le prossime elezioni e l’uscita dall’Ue, scrive ProspectMagazine, Jeremy Corbyn ha generato un forte cambiamento nel Labour Party, reintroducendo la parola socialismo, con un forte coinvolgimento delle giovani generazioni che ha permesso l’affermazione di temi centrali come quello del Green New Deal.

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Cosa serve

La crisi della socialdemocrazia europea, però, non deriva solo dalla assenza di soluzioni politiche delle sinistre a livello nazionale. Le riforme, perché siano davvero efficaci, devono avvenire anche a livello europeo: come l’unione fiscale, l’estensione delle protezioni dei lavoratori, l’offerta di servizi base universali e il sostegno alle forme cooperative (Social Europe). Finora, passando da una crisi all’altra, la sinistra europea è stata vista invece come parte dei problemi e non come la soluzione (Al Jazeera). Dopo la caduta del muro di Berlino, il fenomeno della globalizzazione e delle immigrazioni di massa richiedevano risposte che anche la sinistra socialdemocratica non aveva, abituata com’era a pensare dentro lo Stato nazionale (HuffingtonPost). Ora serve uno sforzo per invertire la rotta. Serve visione, scrive FanPage, per sostenere con coraggio proposte alternative a quelle di Salvini e degli altri sovranisti, abbandonando – sia in campo economico, sia in ambito sociale – l’inerte difesa dello status quo continentale e di un’Europa ormai auto-referenziale.



 

LA STORIA DA FARE

Siamo di fronte a una grande trasformazione che determina una rottura dei vecchi equilibri sociali, scrive lo storico Luigi Vergallo. Non si intuisce, però, quale possa essere l’“agenda” capace di costruire i nuovi punti di tenuta: quali sono i pilastri per proteggere la società dagli effetti peggiori di quella che chiamiamo “globalizzazione”? Affrontare questo nucleo di problemi significa costruire un nuovo patto sociale, recuperando le grandi questioni del passato, tornando a occuparsi del “pubblico” e producendo processi di ascolto e inclusione nel quadro della frammentazione del tempo presente. Com’è possibile, oggi, misurarsi di nuovo con la necessità di un progetto politico ambizioso? Basterà un congresso? Per il partito politico novecentesco, il congresso era un momento che segnava un prima o un dopo: non era questione di scissioni ma di diagnosi del presente e i partiti avevano quella capacità di recepire gli impulsi provenienti dal basso. Un nesso tra rappresentanti e rappresentati che sembra venir meno nell’era della post-democrazia, in cui vince la disintermediazione e i centri di potere sono fuori dai partiti stessi.



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La politica ovunque

Ma in un momento in cui si avverte un vuoto nella capacità politica – soprattutto a sinistra – di generare proposte di sistema, emergono diverse proposte di rinascita. Una risorsa viene dal civismo e dalla partecipazione dal basso, come riposta alle derive illiberali delle democrazie. Un invito in questo senso arriva da Fabrizio Barca che propone un metodo partecipativo fatto di organizzazioni, cittadini ed esperti che “fanno politica” lavorando alle proposte e portandole all’attenzione dei ministri, secondo l’assunto che l’equità è la premessa per lo sviluppo (Linkiesta). Ma c’è anche chi ammonisce i partiti d’ispirazione socialdemocratica, come Michael Walzer, filosofo di riferimento della sinistra statunitense, secondo cui la sinistra non può oggi rinunciare alla lotta per l’uguaglianza razziale e di genere, ritornando quindi alla politica che ha abbandonato, ovvero la politica di classe, con una versione meno burocratica dello Stato sociale (La Stampa). E proprio negli Stati Uniti – con Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Elizabeth Warren – si stanno facendo largo idee anche molto radicali. La scommessa ora è far sì che queste posizioni non vengano “intiepidite” per intercettare il voto del centro. Una formula che già in passato ha dimostrato di far perdere consenso a sinistra (Fatto Quotidiano).




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CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

Per l’Unione europea, una possibilità di riscatto passa dal tentativo di configurarsi come il giusto luogo in cui ricercare una soluzione ai problemi più pressanti: il lavoro nel quadro della rivoluzione digitale, la gestione dei flussi migratori e le politiche di integrazione, la protezione sociale e il rilancio dell’educazione come leva per le pari opportunità. Il ciclo d’incontri A Road to Europe, curato da Maurizio Ferrera, ospita voci della ricerca e della politica che ogni giorno si misurano con le sfide del Vecchio Continente. Si parte il 27 novembre alle ore 18.00 con László Andor, economista, già Commissario europeo e Segretario Generale della Fondazione per gli Studi Progressisti Europei.



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FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
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