L'Europa dopo il muro \ FGF weekend
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TRENT’ANNI DOPO 

Riflettere a trent’anni dal 9 novembre del 1989, il giorno in cui finalmente si “aprì” il muro di Berlino (Bbc), significa misurarsi con le domande che quella scena poneva e chiedersi se a quelle domande abbiamo dato una risposta. Celebrare l’anniversario della caduta non basta, scrive lo storico David Bidussa. Davanti alla diffusione di sovranismi e nazionalismi, bisogna tornare a pensare “progettualmente” l’Europa. “Non c’è da festeggiare. C’è molto da lavorare e con una certa fretta”. Perché quello “spirito dell’ottimismo” del 1989 “non è percepibile oggi”, conferma il politico berlinese Klaus Lederer. “Guardiamo indietro alla storia, ma parliamo soprattutto di futuro” (The Local). A questo proposito, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, con un articolo ripreso in 26 Paesi UE, ha ringraziato gli europei per aver contributo alla riunificazione della Germania, lanciando però un appello per una maggiore solidarietà in Europa. “Il mondo ha bisogno di quel coraggio d’azione e confronto con il resto del mondo che l’Europa ha avuto nel 1989”, ha scritto. “Agiamo come europei. Senza se e senza ma” (Dw).



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Gli antecedenti - Il 9 ottobre, un mese prima della caduta, a Lipsia 70mila persone scesero in piazza al grido “Libertà”. Il malessere dei cittadini della Germania dell’Est era evidente e i partecipanti alle “dimostrazioni del lunedì” crebbero fino a toccare quota 300mila in piazza e nelle strade. L’apertura al blocco orientale della Germania Ovest cominciò a piccoli passi dagli anni Settanta in poi, quando il cancelliere Willy Brandt tenne due incontri con l’omologo tedesco-orientale Willi Stoph. Incontri che avvennero nella convinzione che la conoscenza reciproca e il dialogo fossero un antidoto allo scontro e le premesse per la caduta del muro, spiega il ricercatore Jacopo Perazzoli. Il simbolo della fine della cortina di ferro – di quel confine che a partire dall’agosto del 1961, ricorda proprio Willy Brandt , tagliò in due la città e il mondo – era stato preannunciato anche dalle fughe estive di tedeschi orientali attraverso Ungheria e Cecoslovacchia. Una fine resa sempre più imminente, il 18 ottobre, dalle dimissioni del leader della DDR, Erich Honecker, che ancora a gennaio aveva preconizzato vanamente altri “cento anni di Muro” (Ansa), dimostrando il disorientamento del partito di fronte alle trasformazioni in corso (Manifesto).


 

OLTRE IL MURO 

Che cosa è rimasto oggi di quella “primavera del 1989”? La fine della guerra fredda per i Paesi dell’Europa orientale significò la riconquista della sovranità nazionale e la fuoriuscita dalla povertà. Tuttavia, un decennio di terapie-shock neoliberiste, sostiene Cristina Carpinelli (CeSPI), finirà per favorire la marea montante dei nazionalismi emersi dalle macerie del comunismo. Nonostante l’ingresso nell’UE, soprattutto dopo la crisi economica del 2008, questi Paesi hanno cambiato rotta verso una politica euroscettica, populista e nazionalista. E oggi Ungheria e Polonia, i due Paesi che avevano fatto da apripista per l’uscita dal sistema imposto dall’Urss, sono i più impegnati nell’accusare la nuova “Unione Sovietica Europea” di promuovere il multiculturalismo, l’immigrazione e la gender ideology. I populisti dell’Est europeo, scrivono il bulgaro Ivan Krastev e lo statunitense Stephen Holmes nel saggio The Light that Failed, non protestano però semplicemente contro un sistema di pensiero, ma contro la sostituzione dell’ortodossia comunista con quella liberale (Times).

 

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Coltivare la memoria

Da dove ripartire? In seguito alla discussione nata dalla risoluzione del Parlamento europeo sull’“Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” (Wired), Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha ospitato gli interventi di diversi storici in merito al rapporto tra memoria e costruzione dell’identità europea. La docente Claudia Mancina ricorda ad esempio come Europa dell’Ovest ed Europa dell’Est abbiano vissuto in maniera opposta la fine della seconda guerra mondiale. “Quella che per la metà occidentale dell’Europa è stata una liberazione, per la metà orientale è stato l’inizio di una lunga servitù. La fine della guerra ha dato origine a due Europe diverse: ora è troppo facile per noi occidentali dimenticarlo. L’ispirazione più profonda della costruzione europea sta in questo progetto di superamento delle divisioni”. Perché ancora oggi, come ricorda il Corriere, nella stessa Germania persistono le differenze tra Est e Ovest, che diventano terreno fertile per inquietudini politiche.

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Le nuove sfide

 Dopo trent’anni, scrive la Cnbc, gli Stati Uniti e i suoi alleati devono ora confrontarsi con competitor molto forti. In primis la Cina, con la sua Via della Seta, che segna il nuovo corso economico di Pechino, tanto da far parlare di un nuovo bipolarismo all’insegna dei dazi e della guerra commerciale con gli Usa. Ma anche la Russia, con il tentativo di Mosca di estendere il suo raggio d’azione in Europa e in Asia. È il momento di ripensare l’orizzonte che abbiamo davanti – si legge – cercando di plasmare un nuovo futuro, senza fermarsi solo a celebrare le conquiste democratiche dopo la caduta del Muro. Dopotutto, si legge sul New York Times, lo spirito del 1989 non è stato calpestato né da Putin né da Xi Jinping. Le persone preferiscono ancora il libero arbitrio e lo Stato di diritto: ecco perché le piazze di Hong Kong sono piene di manifestanti che protestano contro Pechino. E una speranza arriva anche da Gorbaciov in persona: l’ex presidente dell’Urss ha detto che le speranze di porre fine alla divisione dell'Europa legata alla caduta del Muro di Berlino si sono avverate solo in parte, ma che l’attuale crisi nelle relazioni tra Russia e Occidente può essere risolta (Ansa)



 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

A trent’anni dall’abbattimento del Muro di Berlino è possibile un bilancio che tenga conto delle premesse e delle conseguenze di quell’evento epocale? La riunificazione tedesca, la costruzione della casa comune europea sotto l’egida del trattato di Maastricht, l’urto dell’ultima grande crisi economica che ha contribuito a liberare le forze populiste sono passaggi della storia recente che ci riguardano ancora oggi. Giovedì 21 novembre ore 18.30, in Viale Pasubio 5 a Milano, Una breccia nel muro, il futuro dell'Europa 1989-2019: le barriere sono ancora tra noi; Daniel Schulz, giornalista del quotidiano taz; Vladimiro Giacché, Centro Europa Ricerche. Modera Mario Ricciardi, direttore de “Il Mulino”. In collaborazione con Goethe-Institut Mailand.



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