Protesta globale \ FGF weekend
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IL MONDO IN PIAZZA

Cos’hanno in comune le proteste in Cile con i giovani che scendono in piazza a Hong Kong? E le manifestazioni in Iraq e Libano con quelle catalane e boliviane? Tra le diverse piazze c’è più di un filo conduttore, spiega il Corriere. Uno dei principali elementi in comune è la lotta contro la disuguaglianza. Il Cile, dove il pretesto dei cortei è stato l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici, è uno dei Paesi con le maggiori disparità sociali tra i 36 Paesi membri dell’Ocse (Vox). La spinta che muove le proteste – spiega inoltre il Corriere – sono le accuse di corruzione nei riguardi dei governi. Così in Libano, dove i cortei sono partiti dall’introduzione di una tassa su Whatsapp (Gallup), non è servito a nulla il taglio degli stipendi dei parlamentari (France24) e il premier Saad Hariri alla fine si è dimesso (New Yorker). Avendo ormai perso contatto con i cittadini, i politici da Hong Kong a Santiago del Cile non sono riusciti a prevedere che l’introduzione di nuove norme, anche apparentemente poco importanti, avrebbe scatenato invece una massiccia esplosione sociale, scrive Jeffrey D. Sachs (Project Syndicate).

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Il caso sudamericano

 Cile, Argentina, Bolivia, Ecuador, Brasile, Venezuela: gran parte dell’America Latina oggi è attraversata dalle proteste (Dw). Gloria De La Fuente, presidente dalla Fondazione Chile 21, spiega come il Sud America stia vivendo una retrocessione della fiducia nei confronti delle istituzioni politiche. Finora, a eccezione del Venezuela, la crisi democratica non ha significato un arretramento verso l’autoritarismo, spiega. Ora, però, si assiste a un deterioramento della democrazia che, pur rispettando apparentemente le procedure democratiche, non rispetta i diritti fondamentali delle persone. In Cile, i manifestanti denunciano gli abusi del sistema politico e accusano i leader di sinistra, destra e centro di non aver costruito una società con una maggiore giustizia sociale. Per metà della popolazione cilena, ricorda De La Fuente, gli stipendi ammontano a meno di 400mila pesos (La Tercera).

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Democrazie inquiete

Nel suo saggio dedicato al Cile – contenuto nella raccolta Democrazie inquietea cura di Valerio Giannattasio e Raffaele Nocera – Maria Rosaria Stabili, docente di Storia dell’America Latina all’Università Roma Tre, spiega come i successi economici raggiunti nel Paese abbiano portato sì alla diminuzione dei livelli di povertà, ma non abbiano eliminato le disuguaglianze, che sarebbero addirittura aumentate rispetto ai tempi del regime militare. Le politiche sociali, adottate anche da Piñera, hanno lasciato istruzione, sanità e pensioni in mano al settore privato, senza riuscire a contenere la progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta élite e aumentando così la distanza tra quest’ultima e il resto della popolazione.



 

NUOVI CONFLITTI

Come dimostrano le proteste recenti, dai gilet jaunes fino alle manifestazioni cilene, il conflitto sociale non è scomparso dalla dialettica democratica. Si è trasformato però in un conflitto che ha come obiettivo non l’inclusione, ma la non-esclusione dalla società dei consumi e dalla distribuzione delle risorse, sostiene Luca Baldissara, professore di Storia contemporanea all’Università di Pisa. E se la classe di riferimento, cioè quella operaia, si è indebolita, il neoliberismo ha imposto tre cambiamenti: l’ambito transnazionale della protesta; la mancanza di un attore politico di riferimento per le diverse istanze, cosa che ha fatto sorgere sovranismi e populismi; e infine la presenza di forme d’azione e slogan politicamente confusi, che accostano elementi di destra e di sinistra . E se il Washington Post ha realizzato un’analisi delle proteste degli ultimi 100 anni in 150 Paesi, mostrando come la classe operaia sia stata promotrice del progresso della democrazia, ora gli attori sembrano essere cambiati. Quelli che oggi sono in piazza, dai manifestanti sudamericani agli ambientalisti europei, sono i “figli della crisi finanziaria”, spiega il Guardian.



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Le città protagoniste

In questo processo, le città non hanno solo il ruolo di contenitore delle proteste, ma possono essere anche propulsore di partecipazione democratica, spiega Carlotta Caciagli, assegnista di ricerca della Luiss. In questi anni, le città hanno visto concretizzarsi battaglie che a livello nazionale e sovranazionale hanno avuto difficoltà a emergere. In questo senso, la città oggi gioca un ruolo simile a quello giocato dalla fabbrica in passato. Basta pensare alle mobilitazioni dei ciclofattorini delle piattaforme di food delivery, alle lotte per la casa, all’attivismo di molti spazi autogestiti fino alle collaborazioni tra movimenti e istituzioni. Uno degli ultimi esempi è il documento approvato dal Comune di Bologna insieme al laboratorio cittadino “Pensare Urbano”, per affrontare il problema dell’aumento degli affitti, legato alla presenza delle grandi piattaforme digitali, che si ripercuote su cittadini e studenti (Radio Città Fujiko). Benché variegate, quindi, le esperienze di partecipazione urbana dal basso hanno in comune un tratto caratterizzante: agiscono la partecipazione e costringono alla critica le istituzioni. Il dissenso organizzato, spiega Michela Murgia, è una grande arma di pressione politica (Valori). Può riuscire a cambiare prassi consolidate per un rinnovamento delle forme della democrazia capace di avvicinare cittadini e istituzioni, società e Stato?




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CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

Move On è un ciclo di talk dedicato a movimenti, conflitti e pratiche di mobilitazione che, sullo scenario internazionale, possono rappresentare punti di riferimento, esempi su cui riflettere, voci di protesta che sono state in grado di influenzare le agende pubbliche delle rispettive realtà di riferimento. Un’occasione di incontro tra movimenti e pratiche italiane e internazionali e sulle possibilità di tradurre le istanze delle lotte dal basso in politiche pubbliche. Perché per costruire un’alternativa è innanzitutto necessario “muoversi”. Il primo appuntamento del ciclo, il 27 novembre alle 21.00 in viale Pasubio 5 - Milano, è insieme a Joshua Wong, attivista del movimento studentesco di Hong Kong e Segretario Generale del Partito Democratico Demosistō.



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FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
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