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SIAMO LO SVILUPPO CHE SCEGLIAMO

Il governo italiano si appresta a varare la sua prima manovra economica. Una manovra – scrive Francesco Daveri su Lavoce.info – “rassicurante” dopo anni di crisi, che rinvia però il rilancio economico “a un futuro indefinito”, quando diventeranno operativi piani di investimento infrastrutturale, ambientale e sociale, nella speranza che vengano condivisi dalla Commissione Ue. Ma mentre da Bruxelles è già arrivata una lettera con la richiesta di chiarimenti (Repubblica), Mario Draghi, presidente uscente della Bce, ha rilasciato al Financial Times un’intervista in cui ha dichiarato che l’aumento della spesa pubblica è “più urgente di prima” per contrastare il rallentamento globale dell’economia. E lo stesso Paolo Gentiloni, commissario europeo designato agli Affari economici, sul Sole 24 Ore elenca gli elementi necessari per la “manovra del rilancio dell’Ue”. “Non si può lasciare alla sola politica monetaria il compito di creare condizioni favorevoli al rilancio di consumi e investimenti”, sostiene. Bisogna “moltiplicare gli investimenti, senza dimenticare “la qualità ambientale e sociale della crescita che si vuole rilanciare”.

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(In)sostenibili - Enrico Giovannini, presidente dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), propone l’introduzione di una legge annuale a favore dello sviluppo sostenibile collegata alla manovra economica (Messaggero). A questo proposito Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, elenca gli elementi della transizione ecologica, energetica e sociale: “Spostare la fiscalità sulle fonti fossili, riformare le concessioni sui beni comuni e ambientali, aumentare gli investimenti in economia circolare e fonti rinnovabili” (Huffington Post). Un cambio di passo, sostiene l'ingegnere ambientale Gianluca Ruggieri, possibile se si esercita un'azione di pressione su governi e grandi imprese. Nel frattempo, secondo l’ultimo rapporto di ASviS, l’Italia è ancora lontana dal raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu. Le buone pratiche, certo, non mancano, ma tante aziende italiane non hanno ancora un programma per la sostenibilità ambientale e sociale, come ha ricordato Ferruccio De Bortoli sul Corriere. Chi lo ha adottato, però, ha una produttività superiore, crea più valore, occupazione e reddito.



 

ORIZZONTI POST-CRISI

La realtà su cui agire oggi è quella generata dalla deindustrializzazione, con le domande e i problemi che pone, spiega la storica Roberta Garruccio. In Italia e in Europa il processo di de-manufaturing ha generato nuove forme di diseguaglianza e vulnerabilità sociale. Con l’abbandono della legislazione protettiva del lavoro legata all’industria, ci siamo spostati verso la nuova occupazione discontinua e precaria dei servizi. La vicenda dell’addio della Whirlpool a Napoli, come denunciano i sindacati, è emblematica di un processo di deindustrializzazione che va avanti da anni e che ha visto le istituzioni impotenti e inerti (Ansa). Un vuoto che ha generato scontento verso i partiti tradizionali, portando all’esplosione dei populismi, soprattutto nelle aree a disagio economico, tra quella classe di lavoratori danneggiati dal processo di globalizzazione (UniBocconi).



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Ripensare le fabbriche - La sfida politica è affrontare l’eredità economica, ambientale e sociale delle ex aree industriali e proporre un nuovo modello di sviluppo per questi territori. Il tentativo di rigenerazione dell’ex area siderurgica di Bagnoli a Napoli, ad esempio, racconta la storica Gabriella Corona, è il simbolo del fallimento delle politiche pubbliche, laddove né il piano di riqualificazione dell’area deindustrializzata né le bonifiche hanno offerto una reale alternativa. Le politiche che devono essere messe in atto per lo sviluppo delle aree dismesse riguardano invece tre tipologie di interventi, raccomanda la storica: la pianificazione urbanistica dell’area, seguita dall’intervento di bonifica con la decontaminazione delle sostanze tossiche e da politiche del lavoro che offrano nuove occasioni alle giovani generazioni




 


LA LEZIONE DEL PASSATO


Serve avere in testa un modello di sviluppo che, imparando da quanto accaduto nel corso delle rivoluzioni industriali precedenti, dia una direzione alla trasformazione. La mostra “Il progresso inconsapevole. Gli impatti delle rivoluzioni industriali” presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli illustra gli effetti delle rivoluzioni industriali sul mercato del lavoro, gli stili di vita, le politiche e le mentalità. Come spiega il ricercatore Jacopo Perazzoli, le rivoluzioni industriali ebbero – e hanno tuttora – impatti estesi con conseguenze che travalicavano i confini della fabbrica e che scompaginano i vecchi equilibri. Alla quarta rivoluzione industriale, oggi, si accompagna la questione climatica, che ha innescato l’esigenza di immaginare un nuovo orizzonte di progresso, capace di aprire nuove opportunità in una società più giusta, equa, inclusiva e sostenibile. Senza dimenticare però che ci sono pezzi di mondo e di società che vanno a velocità diverse, come spiega lo scienziato politico Luciano Fasano. La sfida allora è reintegrare nel processo di globalizzazione i bisogni delle fasce della popolazione che finora ne sono uscite perdenti. Molti stimoli, come il caso di Fridays For Future dimostra, possono arrivare anche dalla società civile.



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Il grande cambiamento - Jeremy Rifkin, nel suo Un Green New Deal Globale” (Mondadori), sostiene la necessità di una trasformazione senza precedenti dell’economia, della società e del nostro stesso modo di vivere per “uscire dalla civiltà fossile” (Repubblica). E questo, dice, si può fare finanziando con la spesa pubblica nuove infrastrutture intelligenti, a partire dalla rete elettrica nazionale (Repubblica). A 90 anni dal “giovedì nero” del 24 ottobre 1929, quando il crollo di Wall Street diede inizio alla Grande Depressione e portò poi al New Deal di Roosvelt (Cnn), il rischio di una nuova recessione economica è alle porte (Rainews). Ecco perché il ricercatore Nicolò Giangrande sostiene che sia necessario oggi il rilancio delle politiche industriali e dell’occupazione. Se al momento si contano nel nostro Paese circa 150 tavoli di crisi aziendale (Il Sole 24 Ore), Giangrande propone di centralizzare la politica industriale a livello nazionale ed europeo, concordandola insieme alle organizzazioni sindacali e datoriali, finanziando un corposo piano di investimenti pubblici e riformando gli ammortizzatori sociali, in modo tale da sostenere tutti i lavoratori in caso di crisi.



 


CI VEDIAMO IN FONDAZIONE


Un viaggio in dieci tappe dedicato agli impatti sociali delle rivoluzioni industriali: per Stagione Alternativa la Fondazione Feltrinelli promuove il percorso espositivo Il Progresso Inconsapevole, a cura di Luca Mocarelli, allestito negli spazi di viale Pasubio fino a giugno 2020. Oltre ad alcuni dei pezzi più prestigiosi del proprio patrimonio – come la prima edizione di Grundrisse, il laboratorio che condusse Karl Marx a pubblicare nel 1867 Il Capitale o gli scritti del precursore dell’informatica Charles Babbage – e a una selezione di documenti dall’Archivio del Lavoro di Sesto San Giovanni e Rai Teche, in mostra anche opere pittoriche di giovani artisti provenienti da scuole d’arte milanesi coordinati dall’illustratrice e incisore Arianna Vairo. Ingresso libero. Salvo avvisi pubblicati sul sito di Fondazione Feltrinelli, la mostra osserva i seguenti orari: 10.00 – 21.00. Dal lunedì al sabato, nella Sala Polifunzionale, Viale Pasubio 5 – Milano.

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FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341

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