La pace da fare / FGF weekend - La nostra città futura n.38
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SPETTATORI DI (UN’ALTRA) GUERRA

Un cessate il fuoco di cinque giorni per far ritirare i curdi dalla zona di sicurezza turca nel nord-est della Siria e poi una conclusione definitiva dell’operazione militare: Stati Uniti e Turchia hanno raggiunto un accordo per fermare l’offensiva nella regione del Rojava, ma la situazione potrebbe mutare di ora in ora (Bbc). Con gli scontri ripresi sul confine già a poche ore dall’avvio del cessate il fuoco (Syriahr). In ogni caso, la notizia della tregua non ha cambiato l’agenda dei leader europei riuniti a Bruxelles per il Consiglio: l’offensiva di Erdogan resta l’ultimo punto in agenda (Huffington Post). Confermando come l’Ue continui a “balbettare” nei confronti dell’offensiva anti-curdi. “Noi europei, come è già accaduto per la mattanza in Rwanda e la strage di Sebrenica, siamo ancora una volta spettatori”, commenta David Bidussa. “Se in questi anni abbiamo esaltato i curdi perché contrastavano il califfato di Isis, una volta che quel pericolo sembra accantonato, cessa il nostro impegno”.

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Azioni di pace 

Se l’Ue resta a guardare, in tanti in tutto il mondo sono scesi in piazza per chiedere a Bruxelles di fermare Erdogan (La Stampa), in sostegno all’amministrazione autonoma del Rojava, dove i curdi hanno costituito un’esperienza governativa fondata sull’uguaglianza tra uomini e donne e sulla libertà di culto (New York Times). Un esperimento politico che ha ispirato anche l’Occidente: una rivoluzione non violenta e internazionale (Left) che oggi fa riemergere quel nesso tra femminismo e pacifismo, che ha portato ad esempio la startup sociale femminile Le Contemporanee a lanciare una raccolta firme. “Non parlateci più di valori occidentali se non sapete difendere i curdi”, si legge. “Non parlateci più di parità se lasciate ammazzare le libere donne curde”.

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50 anni di pacifismo

Una richiesta di pace dal basso contro l’operazione militare di Erdogan, chiamata paradossalmente “Peace Spring” (Al Jazeera), che arriva a cinquant’anni esatti dal Moratorium Day contro la guerra in Vietnam. Il 15 ottobre del 1969 folle immense si misero in marcia negli Stati Uniti, segnando l’inizio di un nuovo movimento pacifista su base globale (Treccani). Le pagine di giornale del patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli raccontano quei momenti, quando anche i collaboratori del Pentagono si schierarono contro la politica del presidente Richard Nixon in Vietnam. E oggi sono sia Repubblicani (The Atlantic) sia gli stessi militari (Cnn) a criticare Donald Trump per il tradimento riservato ai curdi.



 

DIVISI DENTRO E FUORI

Il problema è che, di fronte all’offensiva turca in Siria, l’Europa appare ancora una volta divisa tra gli interessi dei singoli Stati (Internazionale), incapace di assumere un ruolo di guida unitaria nella risoluzione delle diatribe. E se Erdogan ha minacciato Bruxelles di “aprire le porte” e mandare nel vecchio continente i 3,6 milioni di profughi oggi bloccati da Ankara dopo l’accordo con l’Ue del 2016 (Internazionale), questo non è altro che il risultato delle scelte fatte nella gestione dei flussi migratori degli ultimi anni, esternalizzando i controlli di frontiera e destinando fondi prima ad Ankara e poi alla Libia (Open). Ora, però, le minacce di Erdogan dimostrano la problematicità di questi accordi. Nel frattempo, i costi umani più alti – abusi, violenze, stupri, morte – vengono pagati dai curdi e dai profughi, con la sistematica violazione dei diritti umani e la negazione del diritto d’asilo (Lavoce.info).

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Alla ricerca del nemico

 Violenza alimentata da una spirale di nazionalismo autoritario che ha bisogno di costruire il proprio “nemico”. Il nemico può essere esterno o interno, spiega Matteo Albanese, ma in ogni caso va annichilito o rimosso perché minaccia lo spazio identitario e l’integrità della nazione. È quello che sta cercando di fare Erdogan: in un periodo in cui il suo consenso elettorale sembra calare, cerca ora di riattivare attraverso l’azione militare le leve del nazionalismo turco e l’antico orgoglio del popolo che fu il cuore dell’impero ottomano. Questa identità, nella narrazione di Erdogan, è minacciata da un nemico esterno e interno: i curdi e i profughi siriani, che vanno rigettati oltre i confini della Turchia (Blastingnews). Con buona pace – per usare un’espressione stridente e paradossale – di quella “politica della convivenza”, auspicata da Alexander Langer già negli anni Novanta.

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Ci sono cittadini e cittadini

 La posta in gioco non è la difesa di uno stato mono-etnico che, scrive lo storico Claudio Vercelli, sarebbe impraticabile perché nessun Paese può esistere se non ha minoranze su cui esercitare un gioco di pesi e contrappesi. “La nazione ha bisogno di apolidi. I veri confini sono tracciati anche dalla negazione della cittadinanza”. E proprio nei giorni scorsi, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha spiegato come nel mondo oggi esistono 3,9 milioni di apolidi, uomini e donne privi di diritti (Corriere). “Stanno in fila, aspettando di essere umani” scrive lo storico dell’arte e filosofo Georges Didi-Huberman nel libro pubblicato insieme alla scrittrice greca Niki Giannari, che mette sotto accusa l’ipocrisia europea. Chi è accolto dall’Europa, allo stesso tempo ne viene escluso, marginalizzato nei campi profughi. Come se il fatto di “salvare” qualcuno ci autorizzi a pretendere che non chieda altro, che non abbia altri desideri se non quello di sopravvivere (Manifesto).

 

CI VEDIAMO IN FONDAZIONE

Lunedì 28 ottobre, alle 18.30, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli organizza una serata di dibattito pubblico sullo scenario aperto dall’offensiva turca nel Rojava. Siria e il dramma del popolo curdo: non possiamo tacere!, un momento per riflettere anche sulle responsabilità di noi europei con gli interventi di Adriano Sofri, Lorenzo Cremonesi e Ugo Tramballi. Tra gli invitati: Ece Temelkuran. Modera Simona Maggiorelli.

Per informazioni e aggiornamenti, consultare il sito: www.fondazionefeltrinelli.it



 



FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO, 5 20154 MILANO
C.F.: 80041090152 - TEL +39-02 4958341

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